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"Pestato a morte per vendicare rimprovero", salta il confronto fra consulenti

L'udienza straordinaria, che dovrà fare luce su aspetti tecnici decisivi, non si è tenuta per lo sciopero degli avvocati

Slitta ancora il confronto fra consulenti tecnici al processo per il presunto pestaggio di Bennardo Chiapparo, morto a 68 anni il 10 febbraio dell’anno scorso, 9 giorni dopo avere battuto la testa per terra a causa – secondo l’accusa – di un violento pugno al torace ricevuto. 

All'udienza precedente, tre settimane fa, il medico legale Paolo Procaccianti non si era presentato per un impegno di natura professionale. Oggi a fare saltare l'udienza straordinaria, nella quale si dovranno mettere a fuoco alcuni aspetti di natura tecnica, è stato lo sciopero degli avvocati che hanno aderito alla "Giornata dell'orgoglio dell'avvocatura". 

Nell'ambito dell'inchiesta, il 5 dicembre dell'anno scorso, erano finiti in carcere Antonino Pirrera, favarese di 40 anni, principale indagato. Domiciliari per Giovanni Ruggeri, 43 anni, Carmelo Pullara, 27 anni, e Michele Sorce, 34 anni, tutti di Favara. L’accusa ipotizzata per tutti è di omicidio preterintenzionale. In un primo momento erano contestate le lesioni ai danni di uno dei figli di Chiapparo che si fratturò un braccio nelle fasi della presunta aggressione: il pm ha poi cancellato questo capo di imputazione ritenendo di rafforzare l’accusa di omicidio preterintenzionale.

Il tribunale del riesame, al quale si erano rivolti i difensori, gli avvocati Alfonso Neri e Salvatore Pennica, aveva comunque annullato l’ordinanza rimettendoli tutti in libertà e sostenendo che la ricostruzione dei fatti, basata quasi esclusivamente sul racconto dei figli di Chiapparo, fosse incerta e lasciasse molti dubbi. Peraltro uno dei figli della vittima in un primo momento ha mentito dicendo che il padre era caduto per terra a causa di uno svenimento.

Chiapparo sarebbe morto per un brutale pestaggio, una vera e propria spedizione punitiva generata dal fatto che – secondo l’ipotesi degli inquirenti – aveva dato uno schiaffo al figlio minorenne di uno dei quattro indagati – Pirrera – che per questo avrebbe organizzato la rappresaglia. Chiapparo, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe aggredito il ragazzino perché gli aveva preso a calci, insieme ad alcuni coetanei, l’insegna del suo autolavaggio. All’uscita del bar, dove Pirrera aveva saputo dal figlio dell’episodio, avrebbe incontrato gli altri tre amici. A quel punto le versioni di accusa e difesa sono diametralmente opposte. Secondo la Procura e il gip, che ha firmato l’ordinanza cautelare, avrebbero organizzato una vera e propria spedizione punitiva andandolo a cercare a casa e chiedendo con una scusa al figlio di chiamarlo. Poi Pirrera lo avrebbe colpito improvvisamente con un pugno al torace che gli provocò la caduta per terra. L’aggressione, nella quale sarebbe stato aiutato dagli amici, sarebbe proseguita anche dopo. L’indagine, però, parte male perché uno dei due figli presenti in un primo momento ha mentito ai carabinieri dicendo che il padre era caduto per terra per uno svenimento. Solo dopo farà marcia indietro. Diametralmente opposta la versione di Pirrera, confermata dagli altri tre indagati. “È stata una tragedia, io volevo solo parlare e lui mi ha aggredito scagliandomi contro i suoi pitbull che mi hanno morso. Ero al bar e ho visto arrivare mio figlio con i vestiti strappati, – ha aggiunto Pirrera – gli ho chiesto cosa fosse successo. Mi ha detto che un pazzo lo aveva aggredito e che stava finendo sotto una macchina nel tentativo di fuggire”. 

Si torna in aula il 16 marzo. 

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