Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Cronaca Favara

Giro di cocaina a Favara durante il lockdown, scena muta dei quattro arrestati

Secondo quanto ha accertato l'indagine, il quartier generale dello spaccio sarebbe stato un circolo ricreativo

Scena muta dei quattro arrestati dell'operazione dei carabinieri che, all'alba di lunedì, ha sgominato un presunto giro di spaccio di cocaina che sarebbe stato allestito a Favara attorno a un circolo ricreativo usato come copertura per smerciare lo stupefacente anche durante il lockdown.

Sei gli indagati, tutti residenti a Favara. Per quattro, fra cui i due fratelli che gestivano il circolo ricreativo, il gip del tribunale di Agrigento, Alessandra Vella, su richiesta del pm Paola Vetro, ha firmato altrettante ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari. Si tratta di: Calogero Salvaggio, 53 anni; Salvatore Papia, 50 anni, il fratello Giuseppe, 63 anni e Rosario Saieva di 60 anni.

In mattinata, i quattro arrestati, assistiti dai loro difensori (gli avvocati Giuseppe Barba, Salvatore Virgone, Vincenza Gaziano e Daniela Cipolla) sono comparsi davanti al gip per l'interrogatorio di garanzia. La strategia processuale comune è stata quella del silenzio.

L'inchiesta, portata avanti dall'ottobre 2019 al luglio del 2020, periodo del lockdown anti-Covid compreso, ha permesso inoltre anche di accertare che uno degli attuali indagati spacciava anche all'interno della propria abitazione dove si trovava agli arresti domiciliari.

Determinanti sono stati i video realizzati grazie alle telecamere piazzate all’esterno del circolo ricreativo, le intercettazioni e i servizi di osservazione. Dai filmati è emerso che il club aveva orari di apertura e chiusura inusuali, che all’interno del locale mancava una vera e propria attività di somministrazione di cibo e bevande e che vi si avvicendavano persone note per essere dedite allo spaccio, assuntori abituali e tossicodipendenti.

Le attività di videoripresa sono state supportate dai riscontri dei militari dell’Arma perché le perquisizioni hanno dato riscontro positivo, con sequestro di dosi e denaro. Durante le conversazioni telefoniche, della durata di pochi secondi, per concordare giorno e ora della cessione, talvolta con consegne direttamente al domicilio dei richiedenti, pusher ed acquirenti utilizzavano termini in codice: la droga, cocaina per la maggior parte, veniva chiamata “pacchi di pasta” o “birre”. 

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