Infermiere favarese a Cantù: "Il peggio è passato ma è stata dura, quasi 30 medici e operatori positivi al Covid-19"

Salvatore Sorce, da dieci anni in Lombardia, racconta la sua esperienza all'ospedale Sant'Antonio Abbate

L'ospedale di Cantù, a sinistra Salvatore Sorce

"Adesso va meglio, i numeri dei contagi e delle vittime rispetto alle scorse settimane sono molto migliorati ma la guerra è ancora lunga". Salvatore Sorce, favarese di origine, da oltre dieci anni lavora in corsia al nord Italia.  

La sua vita da infermiere all'ospedale Sant'Antonio Abate di Cantù, sede distaccata dell'aziende ospedaliera di Como, procedeva normalmente, come da routine, fino alla fine di febbraio. "Il Coronavirus - racconta ad AgrigentoNotizie - sembrava un pericolo lontano. C'erano stati anche i primi casi in Italia ma nessuno avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe successo, tanto che avevo programmato di tornare in Sicilia nei giorni a ridosso di Pasqua per trascorre un pò di tempo con la mia famiglia".

L'Europa scopre la pandemia e l'inferno parte proprio dalla Lombardia. "Il nostro ospedale fu classificato come struttura "no Covid". In sostanza non era previsto che trattassimo i casi di positività al Coronavirus ma, nell'eventuale accertato contagio, avremmo dovuto trasferirli. Tutto ciò non fu possibile, in pochi giorni scoppiò l'inferno e le potenziali strutture di destinazione andarono in tilt. Di conseguenza tutti i presidi si sono dovuti attrezzare per gestire pazienti col Coronavirus".

Il sistema sanitario, improvvisamente, si trova a fare i conti con un nemico infido e inaspettato. Le strutture sanitarie della Lombardia sono assaltate, gestire l'emergenza è un'impresa. "Nessuno si poteva immaginare quei numeri così alti di contagi. Non fu semplice fronteggiare la situazione, non avevamo nè gli uomini nè gli strumenti per combattere questa guerra improvvisa". Dall'ospedale di Cantù, i pazienti più "complessi" vengono trasferiti verso altre strutture ma il personale medico, paramedico e ausiliario paga un prezzo altissimo.

"Quasi trenta fra medici, infermieri e personale ha contratto il Coronavirus e ci siamo trovati a gestire l'emergenza in condizioni ancora più drammatiche perchè i ricoverati aumentavano e il personale in servizio diminuiva. E' stata dura, l'emergenza non è certamente finita ma i numeri, adesso, danno la misura di un contesto molto più gestibile".

Salvatore, come tanti suoi colleghi sparsi per l'Italia, ha una grande responsabilità. Non solo garantire l'assistenza ma fare da tramite fra i pazienti e i familiari, costretti a restare fuori dagli ospedali dato che le visite sono state vietate ovunque. "La maggior parte dei nostri pazienti sono anziani e non in grado di usare smartphone e fare ricorso a strumenti tecnologici come videochiamate o whatsapp. Di conseguenza - aggiunge Salvatore - ci chiedono in continuazione di riferire messaggi, anche personali, a figli, nipoti o mogli. Io e i miei colleghi li accontentiamo sempre con piacere, uno degli aspetti più subdoli di questa guerra è che l'ammalato di Coronavirus, spesso, è costretto a combattere solo, senza neppure potere avere il conforto dei propri cari". 

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