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(foto ARCHIVIO)

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Il padre fu ucciso dalla mafia, ma il Viminale gli sospese vitalizio: il tribunale ribalta tutto

Al centro della storia c'è D.S., agrigentino, figlio di una guardia giurata morta nel 1991 nel corso di un tentato assalto ad un furgone portavalori

Gli erano stati negati da parte del Ministero dell'Interno alcuni dei benefici previsti per i figli di vittime della criminalità organizzata, che gli sono stati riconosciuti dai Tribunali, cui si è rivolto. Al centro della storia c'è D.S., agrigentino, figlio di una guardia giurata morta nel 1991 nel corso di un tentato assalto ad un furgone portavalori condotta da killer mafiosi.
Una matrice chiara, al punto che la famiglia dell'uomo aveva ottenuto da parte del Viminale i benefici previsti dalla normativa in favore dei familiari delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata. Successivamente però l'uomo ha chiesto altri supporti assistenziali previsti dalla norma, vedendosi respingere però l'istanza dal Ministero che decise, di punto in bianco, di sospendere anche i benefici già concessi sul presupposto "dell’asserita insussistenza in capo allo stesso dei requisiti soggettivi previsti dalla legge e, in particolare, la non estraneità dell'uomo ad ambienti delinquenziali", dice una nota degli avvocati difensori, Girolamo Rubino e Mario La Loggia.
Così l'uomo ha fatto ricorso, sostenendo non solo di aver diritto a quanto già riconosciutogli, ma soprattutto di non avere nulla a che fare con la criminalità.
Istanza accolta dal Tribunale di Palermo, in funzione di Giudice del Lavoro, che ha dichiarato che il signor D.S. ha, invece, diritto ad ottenere il vitalizio e i benefici già previsti dalla norma. La sentenza è stata poi confermata in Appello.

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