La "fabbrica" dei falsi invalidi, ispettore della Digos: "Non c'era una sola banda ma erano due"

Scintille in aula durante la deposizione del poliziotto che ha coordinato gran parte dell'attività di indagine, la difesa: "Scriva direttamente il teste la sentenza"

"Le indagini hanno consentito di accertare l'esistenza di due vere e proprie bande criminali parallele, non un solo vincolo associativo ma due. Uno che faceva capo al bidello Antonio Alaimo e l'altro al baby pensionato Daniele Rampello".

L'ispettore della Digos Lanfranco Lantieri ricostruisce così in aula l'inchiesta sulla "fabbrica" dei falsi invalidi, denominata "La carica delle 104", che ha sgominato una rete di cui ne avrebbero fatto parte medici corrotti, pubblici funzionari e faccendieri, che - sostiene l'accusa - attestavano falsamente patologie e invalidità per truffare lo Stato con previdenze e benefici, come esoneri o trasferimenti in ambito lavorativo, previsti dalla legge per chi invalido e malato lo è realmente. Il poliziotto della Questura di Agrigento ha coordinato sul campo gran parte dell'attività investigativa dell'ufficio che all'epoca era diretto da Carlo Mossuto e, questa mattina, rispondendo al pm Paola Vetro ha iniziato la sua audizione che non è neppure arrivata a metà e continuerà il 3 marzo. 

Toni molto accesi fra difesa (in particolare gli avvocati Antonino Gaziano e Raimondo Tripodo) e il magistrato della Procura per la "genericità delle domande" e la difficoltà, secondo i legali, di potere esercitare il mandato difensivo. Contestata, in particolare, la "lettura quasi integrale delle relazioni di servizio che il codice non consente per i dibattimenti". Una polemica processuale continua che ha spezzettato parecchio l'udienza. Lantieri ha ricordato che "l'indagine ha avuto diversi impulsi, fra questi le segnalazioni del direttore dell'Inps che denunciava irregolarità e stranezze su alcune situazioni legate alle commissioni di invalidità oltre che le denunce di un gruppo di insegnanti". 

Una vera e propria associazione a delinquere, secondo il poliziotto, che ha dato questa definizione in aula provocando le proteste della difesa. "La qualificazione giuridica di un fatto - ha detto l'avvocato Tripodo - non può essere affidata al teste, altrimenti gli facciamo scrivere la sentenza e ce ne andiamo a casa". 

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