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Cupa, don Franco: "Preoccupante, quella è la cattedrale della cultura"

"Una città senza il luogo della fede, senza il luogo della cultura resta una città decapitata - ha detto -. Agrigento come pensa di guardare al futuro se noi continuiamo a tagliarle la testa? Io chiedo a chi dovrebbe interessarsi, sia il pubblico o il privato, di non lasciare che tremila ragazzi perdano la possibilità di studio vicino casa con i conseguenti problemi economici che ne derivano"

"La chiusura del Cupa mi preoccupa e questo sto denunciando". Così don Franco in una video intervista pubblicata da "L'Amico del popolo" commenta non solo il rischio per l'Ente di formazione ma fa anche un parallelismo con l'inerzia registrata nei confronti di un'altra grande importante struttura: la Cattedrale, il cui pericolo è anche 'fisico'.

Per l'arcivescovo assistiamo a un continuo 'scaricabarile', un rimpallo di competenze che purtroppo determina un persistere della stessa precaria situazione:

per don Franco occorre rimboccarsi le maniche, amare in maniera concreta, tangibile, non solo a parole questa città e i suoi ragazzi, tanto da offrire loro la possibilità di costruirsi un futuro qui e non altrove, soprattutto con la prossima apertura di nuovi mercati e degli scambi nel Mediterraneo, quando Agrigento sarà la prima città lungo 'quelle rotte' commerciali, quella che potrebbe trarne più giovamento e certezze di un futuro florido.

Mentre adesso secondo don Franco, e non solo secondo lui, da parte della classe dirigente, da parte di chi ha competenza per entrambe le situazioni, si coglie solo disinteresse, scarsa lungimiranza, disimpegno.

"Non è tanto una chiesa che si chiude perché si potrebbe provvedere altrimenti - ha detto-: la cattedrale chiusa significa che questo pezzo di storia e di vita di fede, di società, non interessa a nessuno. Ora si parla di chiusura del Cupa, e quella è la cattedrale della cultura. Una città senza il luogo della fede, senza il luogo della cultura resta una città decapitata. Agrigento come pensa di guardare al futuro se noi continuiamo a tagliarle la testa?

Io chiedo a chi dovrebbe interessarsi, sia il pubblico o il privato, di non lasciare che tremila ragazzi perdano la possibilità di studio vicino casa con i conseguenti problemi economici che ne derivano. Molti giovani hanno difficoltà di guardare al futuro e si allontanano da qui per questo, ora gli togliamo anche questa possibilità, cosa ne resta?

L’idea che mi sono fatto è che è come se i problemi non si volessero affrontare. Ognuno tira la palla all’altro, ma prima o poi in rete questa palla dovrà entrare: qua si tratta di responsabilità comune ma, anziché cercare la soluzione per mettere ciascuno la propria parte, stiamo giocando al ribasso: se l’altro non lo fa, non lo faccio neppure io.

Come per la cattedrale in cui personalmente solo un anno ho potuto celebrare messa: l’indifferenza di molti, il non impegno di altri, è questo che fa male…

Agrigento, ricca del passato, deve poter guardare al futuro. Noi abbiamo modo di dare questa possibilità, quando si apriranno le barriere commerciali con l’Africa siamo la prima città che incontrano, e prepararci all’incontro è trovare la gioia di un futuro possibile.

Come regalo per l’ordinazione a cardinale, ai politici, ai rappresentanti delle Istituzioni chiederei di amare davvero questa città, di amore vero: non a parole, l’amore non è una dichiarazione, è una realtà, o si tocca o non c’è. Dobbiamo tutti amare questa città, davvero e di più".

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