Gli orrori della guerra: la storia di Calogero, morto sulle rive del Don

L'uomo, partito suo malgrado per partecipare alla campagna di Russia, giace oggi in una fossa comune in Russia: per anni i suoi familiari non hanno saputo nulla

Il cippo marmoreo eretto a ricordo dei militari

Partito da Agrigento, dove conduceva la vita agra del contadino, per morire in Russia in una guerra folle, come tutte le guerre. E' la storia di Calogero Grassadonio, uno degli quasi ottocento morti nati da questa provincia e deceduti nella campagna di Russia della Seconda guerra mondiale. A raccontarla è un suo nipote, l'agrigentino Giovanni Parisi.

"Lui non era un fascista né sapeva nulla di Matteotti o dei fratelli Rosselli - racconta - era solo un giovane contadino che sgobbava 12 ore per portare un misero salario a casa. Un giorno gli arrivò la lettera di precetto di arruolamento al corpo degli alpini e dopo meno di un mese si trovo nelle sperdute steppe della Russia ai margini del Don. Un brutto giorno - racconta ancora Parisi - mia nonna ricevette una formale lettera del ministero informandola che suo figlio era disperso. Per decenni era solo un dei tanti soldati dispersi italiani, mandati da un regime sostenuto dalla maggioranza della popolazione a combattere contro i sovietici. Per anni mia nonna lo ha pianto senza avere il conforto di vederlo magari dentro una fredda bara. A distanza di 75 anni abbiamo avuto notizie certe che è sepolto in una misera fossa comune. E' impossibile identificare i suoi poveri resti - continua Parisi - ma esiste la certezza che riposa in quella fossa grazie ai registri trovati in un ospedale militare dell'epoca".

Sì perché solo pochi mesi fa è arrivata alla famiglia Grassadonio una lettera ufficiale dell'organismo del Ministero della difesa che si occupa della delicata attività di recupero della memoria dei defunti in guerra. Una carta che in realtà sarebbe già dovuta arrivare nel 1996 ma che non era stata mai recapitata. Troppo tardi, comunque, perché la mamma di Calogero era morta nel 1963, per il dolore di non conoscere il destino di quel figlio ventenne partito con le scarpe da contadino.

La nota è asciutta nella forma e nel contenuto: "Calogero Grassadonio - si legge - risulta morto il 24 marzo 1943 nel campo di prigionia n. 1149 di Belaia Kholuniza, Regione di Kirov, Russia, dove è stato sepolto in sepoltura comune, unitamente a caduti di altre nazionalità. Tutto ciò rende impossibile procedere all'identificazione dei singoli, che rimangono accomunati, per l'eternità, da un unico tragico destino. Le sia di conforto sapere che mai potrà venire meno la riconoscenza e la memoria verso chi ha donato la vita per la Patria".

Sul luogo della fossa comune, oggi è presente solo un cippo in memoria dei militari italiani. Così Parisi chiede che si ricordino anche le vittime del secondo conflitto mondiale, che, va detto, sono commemorate il 4 novembre. "Oggi si festeggia la Liberazione - dice - ma nessuno si ricorda delle decine di migliaia di soldati come mio zio, soldato dell'Armir, morto per la patria a soli 21 anni, spedito dalle campagne agrigentine alle steppe russe a combattere contro un nemico che prima di quei giorni neanche sapeva chi fosse e se esistesse". Il riferimento è anche al Comune, che in tal senso ha negli anni mostrato sempre poca attenzione verso i propri figli morti in guerra. Dimenticanza diffusa anche in altri centri, dove si fa difficoltà a ricordare anche i partigiani, le vittime dei bombardamenti o anche le vittime di mafia. 

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Tanti i commenti sui social di coloro che hanno spiegato di aver avuto un parente che, allo stesso modo, era stato arruolato ed è partito alla volta della Russia o verso altre campagne volute dal regime e non è mai tornato, o è tornato ferito nel corpo e nell'anima.

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