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Cronaca Favara

"Disabili maltrattati in comunità", per lo psichiatra le vittime non sono attendibili

Inchiesta "Catene spezzate", continua l'incidente probatorio in vista dell'eventuale processo

Gli accertamenti continuano, anche perché non è stato ancora possibile rintracciare tutti gli ospiti della struttura e sottoporli a visita. Le testimonianze dei disabili psichici visitati fino ad ora dal neuropsichiatra Francesco Vitrano non sarebbero, però, utilizzabili al processo.

L’inchiesta “Catene spezzate”, che nel gennaio di due anni fa ha fatto scattare quattro provvedimenti cautelari, rischia di restare ferma al palo. Ieri mattina, per la seconda volta a distanza di cinque mesi, è stato ascoltato il neuropsichiatra, nell’ambito dell’incidente probatorio che si sta celebrando davanti al gip Alessandra Vella. Vitrano ha esaminato altri ospiti della struttura arrivando alla conclusione, riferita ieri in aula, che le loro condizioni psichiche sono tali da non rendere utilizzabile come prova la loro testimonianza.

Agli atti ci sono anche altri atti di indagine, fra cui alcuni video che proverebbero le presunte violenze ma senza la testimonianza delle vittime sarebbe complicato istruire il processo. La struttura di Licata, secondo quanto ipotizzano gli inquirenti, sarebbe stata trasformata in un lager e gli ospiti sottoposti a continue violenze. Otto gli indagati. Si tratta di operatori in servizio con vari incarichi della struttura di accoglienza. L’operazione è stata denominata “Catene spezzate”. 

Uno degli episodi principali al centro dell’inchiesta è stato immortalato dalle telecamere dei carabinieri piazzate di nascosto dopo essere entrati con un pretesto nella struttura insieme ai pompieri simulando una fuga di gas. Nelle immagini si vede un paziente legato al letto con una catena. Ed è stato proprio questo episodio a suggerire agli inquirenti il nome del blitz “Catene spezzate”. La tesi della difesa (nel collegio gli avvocati Salvatore Manganello, Linda Sabia, Andrea Arrabito, Santo Lucia, Antonio Montana e Domenico Russello) è che la catena sia stata usata “per contenere il disabile ed evitare che commettesse gesti autolesionistici”. La stessa pratica, sempre secondo la loro versione, sarebbe utilizzata nei reparti di psichiatria.

Si torna in aula il 23 maggio per riferire l’esito delle altre visite. 

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