Migliaia di tamponi contro il Covid 19, Dario: "Quei visi martoriati dalle strisce delle mascherine"

Dopo tanta gavetta, oggi, l'agrigentino vive e lavora a Reggio Emilia. Anche lui, insieme ad altri, è in prima linea per contrastare l'emergenza Coronavirus

Sei un imprenditore, uno studente, un pizzaiolo o anche un "cervello" in fuga?  Abbiamo deciso di dare voce agli agrigentini fuori sede. Le loro esperienze, i loro racconti e le loro storie possono essere da esempio per chi ha voglia di tornare o anche di restare. Dedicheremo uno spazio settimanale, un focus che serva a raccontare le vite ormai lontane dall’ombra della Valle dei Templi. Un microfono aperto a tutti, una volta a settimana. Se un agrigentino fuori sede? Raccontati ad AgrigentoNotizie.

L’emergenza di questi giorni ha indotto gli italiani e dunque gli agrigentini a rimanere a casa. Non tutti, però, possono farlo. C’è chi, inevitabilmente, in questi giorni è in prima linea per provare a combattere e contrastare l’emergenza da Covid 19. Lavoratori, persone, che vivono giorni lunghi e complicati. Uno di questi è l’agrigentino Dario Bugea. Lui, mai come adesso, si trova in “trincea”. Dario vive e lavora a Reggio Emilia, si occupa dei tamponi ai pazienti sospettati di essere affetti dal Covid 19.  E’ Dario Bugea il nostro volto della settimana.

Ciao Dario, raccontaci la tua storia 

"Ciao a tutti. Sono Dario, ho 26 anni e vivo da 8 anni a Parma. Terminato il diploma, ho dovuto lasciare la mia terra, la mia famiglia, i miei amici per costruire il mio futuro e seguire i miei sogni. Ho conseguito la laurea in Tecniche della Prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di Lavoro, una figura a tratti ancora poco conosciuta ma estremamente importante e richiesta che mi ha aperto tantissime porte. Subito dopo la laurea, per 4 anni ho lavorato presso uno studio di consulenza in ambito di salute e sicurezza sul lavoro; 4 anni in cui mi son fatto le ossa e ho imparato tanto, tra le lunghe giornate di lavoro e la vita sociale che andava scemando, perché l’obiettivo è sempre la soddisfazione del cliente. Dopo, per alcuni mesi trovo lavoro in una multinazionale, ma poco dopo arriva la chiamata tanto attesa. Adesso lavoro in Ausl in ambito di vigilanza e controllo degli ambienti di lavoro. In questo periodo, la situazione in Emilia Romagna non è per niente semplice e diversi colleghi ci siamo chiesti quale contributo avrebbero potuto dare i Tecnici della Prevenzione per contrastare l'emergenza Covid 19. Per fronteggiare l’emergenza sanitaria, io e un gruppo di colleghi supportiamo gli Assistenti Sanitari nell'effettuare i tamponi ai casi sospetti di Covid 19 presso l’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia".

Perché hai scelto di andare via?

"Sono molto legato alla nostra terra, mi manca tutto, il sole (che in piena pianura padana è difficile da scorgere), il mare, gli odori; ma ho capito che, anche per il genere di percorso che ho deciso di intraprendere, la mia amata Sicilia non mi avrebbe dato gli stessi frutti. Chi lo sa? Sicuramente l’andare lontano da casa mi ha fatto crescere e maturare tanto".

Sono giorni complicati, ti aspettavi tutto questo?

"Assolutamente no. Tutti abbiamo sottovalutato questo terribile virus. Ho visto occhi stanchi di colleghi, medici ed infermieri. Occhi un po’ sorridenti, però. Ricchi di speranza. La stessa che ho io, affinché tutto questo possa finire. Visi martoriati dalle strisce delle mascherine, ma forti e coraggiosi. Occhi nascosti da mascherine, visiere. Ma anima e cuore che non riesci a nascondere con un camice monouso. Ho letto negli occhi dei pazienti il terrore, il terrore di non poter sopravvivere, ma la speranza di potercela fare. Abbiamo paura? Eccome se ne abbiamo, ma ora non abbiamo tempo per l’ansia e con orgoglio mettiamo forze, professionalità, responsabilità e umanità per mettere in atto tutto il nostro dovere, perché se mollassimo, assieme a medici, OSS e tecnici, collasserebbe tutto". 

Sei in prima linea contro il Covid 19, qual è la sensazione/aneddoto che mai dimenticherai?

Non dimenticherò i pazienti che in questa situazione si sentono soli. Vi racconto un aneddoto: squilla il telefono 'Buongiorno servizio Epidemiologico', 'Buongiorno serve un tampone in chirurgia Covid. Ok grazie, arriviamo subito'. Arriviamo su e dobbiamo fare il tampone alla signora M.di 74 anni. Inizia la fase di vestizione per entrare in stanza. 5 minuti prima di entrare in stanza la signora M. suona il campanello e l’infermiere dice: 'Aspettate ragazzi, mi vesto anch’io e vengo con voi così vedo di cosa ha bisogno. Mirella dimmi, che succede? Qui ci sono i ragazzi per farti il tampone. Mirella scoppia in lacrime dicendo che si sentiva sola e voleva la figlia. La figlia da giorni sta dietro la porta del reparto cercando di avere notizie della mamma senza poterla vedere. Signora M., mi ha fatto stringere il cuore ma sono convinto che presto potrà riabbracciare sua figlia". 

Qual è la prima cosa che farai cessata l'emergenza Coronavirus?

"Ritornare a riabbracciare le persone a cui voglio bene. Questo terribile virus è riuscito a farmi capire, e spero a tanti, quanto è importante un abbraccio, un bacio, una carezza. Li abbiamo sostituiti con i contatti online, ma spero riusciremo di nuovo ad esternare i nostri sentimenti".

Cosa ti senti di dire agli agrigentini che hanno scelto di lasciare il Nord e tornare in città?

"Purtroppo gli italiani siamo un popolo di viziati e non si conosce il senso del sacrificio. Non metto in dubbio che stare lontani da casa non è semplice, ma se vogliamo debellare questo terribile virus dobbiamo farlo. Se già avete lasciato il Nord, almeno rispettate la quarantena e state in isolamento, perché potreste essere vettori asintomatici del virus. Non uscite da casa amici, fatelo per il vostro bene e per il bene delle persone che amate. Noi ce la stiamo mettendo tutta. Ci piace farlo e tentiamo di farlo nel migliore dei modi. Io resto in corisa, voi restate a casa".

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