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Cutrò: «Mi arrendo al "silenzio" dello Stato e mi darò fuoco in piazza»

«Ho vinto contro la mafia, ma contro la burocrazia e lo Stato mi sono arreso - ha detto -. E questo non deve succedere dopo che un'impresa ha denunciato, si manda un segnale devastante verso gli altri imprenditori»

«Mi darò fuoco, un gesto estremo, ma è la disperazione di un padre di famiglia». Così Ignazio Cutrò annuncia l'intenzione di "protestare" per l'ultima volta per "svegliare" le coscienze ed il ministero dell'Interno da un "torpore" che lo ha condotto sul lastrico e, adesso, anche ad essere rincorso per mutui non onorati e cartelle esattoriali lievitate in maniera insostenibile.

«Io sono convinto di darmi fuoco, il gesto estremo che mi farebbe abbandonare la famiglia, ma oramai ho capito che non ha più senso vivere in queste condizioni», ha detto il testimone di giustizia che, all'inizio degli anni 2000, contribuì con le sue denunce all'arresto dei fratelli Luigi, Marcello e Maurizio Panepinto, ritenuti appartenenti a Cosa nostra agrigentina, subendo poi intimidazioni e pesanti danneggiamenti alla sua azienda. Adesso, con una richiesta di circa 540mila euro, l'ex imprenditore è a un passo dal cedere.

«Due perizie hanno accertato che i danni subiti dalla mia azienda, che era sana sotto il profilo economico, sono causati dalle mie denunce, ma quei documenti sono rimasti in un cassetto». Infatti, alle perizie redatte dall’incaricato del Viminale, in cui si attestavano le "ripercussioni" per la ribellione alla mafia da parte di Cutrò, non è mai seguito alcun intervento che, attraverso l’accesso ai fondi di garanzia per esempio, avrebbe consentito alla ditta di sopravvivere.

«Ho perso tutto quello che avevo, ho perso l’azienda. Ho vinto contro la mafia, ma contro la burocrazia e lo Stato mi sono arreso - ha detto -. E questo non deve succedere dopo che un’impresa ha denunciato, si manda un segnale devastante verso gli altri imprenditori. Io lo rifarei altre mille volte, perchè ho scelto da che parte stare, è lo Stato che deve decidere da che parte stare adesso. Dico sempre che sono fiero di essere siciliano e difendo la mia terra. Ma mi stanno facendo pagare per l’associazione testimoni di giustizia, il mio impegno antiracket, le mi proteste, se c’è accanimento verso la mia persona lo dicano chiaro. Sono tra i pochi a essere rimasto nella mia terra, ma dopo il silenzio del ministero dell’Interno non mi rimane che darmi fuoco e lo farò domani a Palermo, in piazza Tredici Vittime, nel luogo in cui si ricordano i caduti di mafia».

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