"Costrinse collega ad accettare transazione", Arnone finisce ancora a giudizio

L'accusa iniziale di estorsione a carico dell'avvocato Francesca Picone, però, è stata riqualificata in violenza privata

Giuseppe Arnone

Costretta a concludere una transazione in una condizione di "minorata difesa, che derivava dalla sua condizione di indagata per estorsione". I pubblici ministeri Alessandra Russo e Cecilia Baravelli hanno disposto la citazione diretta a giudizio nei confronti dell’avvocato Giuseppe Arnone, imputato di violenza privata. La prima udienza, davanti al giudice Manfredi Coffari, è in programma il 25 giugno.

L’accusa, ben più grave, di estorsione, per la quale nel novembre di quattro anni fa fu arrestato in flagranza di reato dalla squadra mobile, è stata, quindi, riqualificata. Presunta vittima è l’avvocato Francesca Picone che sarebbe stata costretta a concludere una transazione con cui si impegnava a pagare 50 mila euro per porre fine a una serie di contenzioni e a sottoscrivere un accordo in virtù del quale gli consegnava assegni per 14.000 euro.

L'avvocatessa, all’epoca, era imputata di estorsione ai danni di alcuni clienti disabili ai quali, secondo l'accusa, sarebbero state fatte pressioni indebite per pagare una somma ulteriore del suo onorario. Le presunte vittime di quel processo (che si concluse con la condanna della professionista, in primo grado, a 4 anni) si erano rivolte ad Arnone. L'ipotesi iniziale della Procura era che Arnone, che già aveva diffuso notizie sul caso attraverso un manifesto, avrebbe preteso dei soldi, col pretesto della transazione, minacciando di alzare clamore mediatico.

Dopo l’annullamento dell’ordinanza cautelare da parte del riesame e della Cassazione, la Procura ha deciso di mandarlo a processo riqualificando l’accusa ed escludendo, in sostanza, che le intenzioni sarebbero state quelle di avere un arricchimento patrimoniale. “La montagna – ha commentato l’avvocato Daniela Principato, difensore di Arnone –, ha partorito un topolino piccolo piccolo. L’unica accusa rimasta in piedi è quella di avere esercitato delle pressioni finalizzate a fare ottenere dei risarcimenti ai suoi clienti”.

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