Infermiera al fianco di pazienti positivi al Covid senza nessuna protezione, la sorella: "Non chiamateli eroi"

La giovane agrigentina che lavora con partita Iva in un ospedale di Pavia, da giorni, ha la febbre alta e solo oggi verrà sottoposta a tampone. Quando è scoppiata l'epidemia anziché abbandonare la nave, ha deciso di rimanere per servire il popolo che l'aveva accolta

Oggi - dopo giorni di febbre alta - verrà sottoposta a tampone. Non è sola nella città in cui ha scelto di vivere e lavorare, è con il fidanzato. Per i suoi familiari sono stati - e forse lo saranno ancora finché non arriverà l'esito del test - giorni di ansia, preoccupazione, di terrore. "I medici, gli infermieri, gli operatori sanitari non sono eroi, ma sono vittime del sistema. Chiamarli eroi è un gioco ingannevole" - dice ad AgrigentoNotizie la sorella della ragazza per quale cresce l'apprensione - . 

Maria (la chiameremo così per tutelarne l'identità), è figlia dell'Agrigentino e da anni lavora in un ospedale di Pavia. Maria è uno dei tanti lavoratori che sono stati costretti ad abbandonare la propria città alla ricerca della terra (il lavoro!) promessa. E' uno dei lavoratori che, in occasione dell'emergenza Coronavirus, anziché abbandonare la nave, ha deciso di rimanere per servire il popolo che li ha accolti.

"Sono la sorella maggiore di una giovane infermiera che lavora in una struttura ospedaliera da diversi anni ma con la partita Iva, in attesa che un ospedale della Lombardia la chiami per una assunzione a tempo indeterminato poiché è vincitrice di concorso. Mia sorella è una infermiera per passione, lavora con pazienti spesso anziani. Nonostante sia infermiera, spesso si ritrova a fare il lavoro degli operatori sanitari o dei medici. E' entusiasta, sveglia energica. Fin dall’inizio, ha capito la gravità del Covid e ha avvisato non soltanto noi (famiglia che spesso viaggiamo per lavoro), ma la struttura dove lavora. Ha chiesto, più di una volta, che venissero prese delle precauzioni, che venissero rispettati i protocolli - racconta la sorella di Maria - . Si è offerta di imboccare i pazienti qualora fosse stato necessario, ma ha evidenziato che era indispensabile chiudere il reparto alle visite esterne. Non è stato però fatto. Mia sorella ha continuato a lavorare senza protezione, ha tenuto la mano ai suoi pazienti, ha fatto loro coraggio e compagnia. Ha visto morire, uno dopo l’altro, i 'suoi vecchietti', così come li chiama lei".

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"Eroi è una etichetta che non le appartiene. Dice spesso: 'io faccio il mio dovere'. Quando io e i miei genitori l’abbiamo implorata di tornare in Sicilia, sottolineando che, del resto, non aveva un vero contratto - prosegue il racconto della preoccupata sorella - ha risposto dicendo: 'Come faccio a lasciare da soli i miei colleghi? Si stanno ammalando uno dopo l’altro. Come faccio a lasciare i pazienti che non vedono più i propri cari e come punto di riferimento hanno solo me, noi...?'. Ha lavorato notti intere, doppi turni e lo ha fatto senza protezione, accudendo e curando pazienti che poi sono risultati positivi. Solo dopo sono arrivate le giuste protezioni, quando forse era troppo tardi... . Lei è a Pavia, con la febbre alta, e la struttura non ha inoltrato subito la richiesta per il tampone. E' stato necessario minacciare la denuncia - prosegue il racconto della donna - . Oggi, solo oggi, farà il tampone. Questo ritardo perché? Forse per evitare di far capire che non sono stati rispettati, fin da subito, i protocolli? Dov’è il rispetto per l’articolo 32 della Costituzione?. 
I medici, gli infermieri, gli operatori sanitari non sono eroi. Noi siamo a casa, ma non riusciamo a vivere, non respiriamo, non dormiamo al solo pensiero di  lei che è lontana. Per fortuna, non è sola: è con il fidanzato".

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