Lunedì, 15 Luglio 2024
La decisione

"Hanno rubato il motore del barchino e soldi a 49 migranti", restano in carcere i 6 pescatori-pirati

Il gip Stefano Zammuto ha convalidato i fermi d'iniziativa ed ha disposto per tutti gli indagati la custodia cautelare in cella

Anche i sei pescatori-pirati, originari della Tunisia, restano in carcere. Lo ha deciso, convalidando il fermo d'iniziativa fatto dalla Squadra Mobile, dalla Guardia di finanza e Capitaneria di porto, il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Agrigento, Stefano Zammuto. Esattamente per come richiesto dal procuratore capo, facente funzioni, Salvatore Vella, i sei - d'età compresa fra i 52 ai 30 anni - restano in carcere, al "Pasquale Di Lorenzo" di Agrigento. 

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Nuovo caso di pirateria contro i migranti: fermati sei tunisini per furti di soldi e motore

I 6 tunisini erano stati fermati per pirateria. Si tratta dell'equipaggio del peschereccio Zohra del compartimento di Monastir che ha - stando all'accusa - rubato il motore da un barchino di ferro, con 49 migranti a bordo, nonché il denaro di cui erano in possesso i migranti. Il peschereccio tunisino è stato sequestrato e oggi il gip ha convalidato anche questo sequestro.

I migranti sono stati costretti, poiché minacciati d'essere lasciati alla deriva, anche a consegnare il denaro che ognuno di loro aveva con sé. Già nelle passate settimane, e fu il primo caso in assoluto in cui veniva contestata la pirateria marittima che è prevista dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, la squadra mobile di Agrigento, la sezione operativa navale della guardia di finanza e i militari della Capitaneria di Lampedusa, avevano fermato il comandante del motopesca Assyl Salah di Monastir e i tre componenti dell'equipaggio che avevano chiesto la consegna di cellulari e denaro in  cambio di un traino per farli avvicinare a Lampedusa.

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Lo stesso identico copione che è stato realizzato, in acque internazionali, in danno del barchino salpato, dopo che i 49 migranti hanno pagato 1.500 dinari tunisini a testa, all'una di sabato. Ad intercettare il natante alla deriva, alle 20 di sabato, è stata la motovedetta Cp324 della guardia costiera che ha portato in salvo tutti, facendoli sbarcare a Lampedusa alle 3 circa di domenica. Determinanti, anche in questo caso, così come nel precedente, i velivoli delle fiamme gialle che hanno permesso di ritrovare il peschereccio Zohra, con a bordo i 6 pescatori tunisini trasformatisi in pirati.  Le indagini, era stato già rilevato dal procuratore capo facente funzioni di Agrigento, Salvatore Vella, hanno permesso di accertare che "diversi equipaggi di pescherecci tunisini hanno cessato di essere pescatori e si sono dedicati alla più lucrosa attività di pirati, depredando i numerosi barchini in ferro che continuano a partire dalle coste di Sfax con a bordo, per la maggior parte, migranti sud-sahariani ed asiatici". 

Il racconto di uno dei sopravvissuti 

"E' sopraggiunta una barca, pensavamo fossero i soccorsi e invece, quando si sono avvicinati, abbiamo visto che si tratta di un peschereccio tunisino. Temendo che si potesse verificare quanto era accaduto pochi giorni prima, quando altri erano stati privati del loro motore, abbiamo deciso di non parlare con i pescatori. I 6 uomini ci hanno detto invece che dovevamo consegnare a loro il nostro motore. Il nostro conduttore ha provato, per sottrarsi alle intimazioni dei pescatori, ad allontanarsi, ma non c'è riuscito anche a causa del mare mosso che rendeva difficile ogni manovra. Anche per questo, temendo per la nostra incolumità, abbiamo accettato di legare la nostra barca, con una fune, al peschereccio tunisino". I poliziotti della Squadra Mobile di Agrigento e i militari della Guardia di finanza e Capitaneria hanno raccolto più racconti dei 49 migranti che erano a bordo del barchino, salpato da Sfax, agganciato e depredato, nella tarda mattinata di sabato, dai pescatori-pirati. Il fermo dei 6 tunisini è stato, su richiesta del procuratore capo Salvatore Vella, convalidato dal gip del tribunale di Agrigento Stefano Zammuto che ha disposto per tutti gli indagati la custodia cautelare in carcere.
Quando il peschereccio "Zohra" è stato fermato, da Guardia di finanza e Capitaneria, è subito saltata all'occhio l'assenza di pescato e la presenza di attrezzature di pesca asciutte e pulite. "Dopo aver legato la nostra barca al peschereccio, visto che i due natanti erano affiancati, - ha continuato a ricostruire uno degli immigrati soccorsi e sbarcati a Lampedusa - un pescatore si è sporto ed ha afferrato il nostro motore tirandolo a bordo del peschereccio. Tutto è avvenuto nonostante le nostre proteste: eravamo consapevoli che senza motore eravamo in pericolo. I pescatori tunisini per calmarci ci hanno detto che non ci avrebbero lasciati in balia delle onde e che avrebbero aspettato i soccorsi per poi andarsene. Ricordo che, per un breve tratto, siamo stati rimorchiati e abbiamo navigato, per meno di un'ora, assieme. Dopo i pescatori hanno deciso di mollare la fune e di allontanarsi. Noi eravamo disperati. Dopo circa 2 ore gli stessi pescatori sono tornati e ci hanno affiancato. Molti di noi piangevano per la paura. Probabilmente per calmarci iniziavano a lanciarci del pane. Ci rassicuravano e ci lanciavano la fune che noi provvedevamo a legare alla nostra barca. Siamo stati trainati per altri 5 minuti e poi si è fermato - ha continuato a raccontare l'immigrato - . A questo punto, i pescatori dicevano che se avessimo consegnato loro del denaro, non ci avrebbero lasciati da soli e avrebbero aspettato l'arrivo dei soccorsi italiani. Non avendo altre possibilità abbiamo accettato il ricatto, abbiamo raccolto complessivamente 150 dinari tunisini che abbiamo messo dentro un cappello nero e lo abbiamo lanciato sul peschereccio". Stando sempre al racconto del sopravvissuto, "i tunisini hanno continuato a tirarci per circa un'ora, fino a quando, in lontananza, abbiamo intravisto l'arrivo dei soccorsi italiani. In quel momento, il peschereccio tunisino invertiva la rotta e si allontanava in fretta". 

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