Condannato definitivamente per calunnia, Arnone "affidato" ai servizi sociali

Il tribunale di Sorveglianza accoglie la richiesta ma impone rigide prescrizioni per i prossimi sedici mesi: niente comizi, pubblicazioni e attacchi pubblici

Giuseppe Arnone

Affidamento in prova ai servizi sociali con obbligo di restare a casa dalle 22 alle 7, divieto di allontanarsi dal proprio comune di residenza senza autorizzazione e, soprattutto, divieto di porre in essere manifestazioni pubbliche di ogni tipo.

L’avvocato Giuseppe Arnone, ex presidente regionale di Legambiente, più volte candidato a sindaco e politico di lungo corso, per i prossimi sedici mesi non sarà un uomo del tutto libero. Come primo passo, intanto, annuncia che chiederà la grazia al presidente della Repubblica. Gli è andata, tutto sommato, abbastanza bene perché la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione, per la quale non aveva beneficiato della sospensione condizionale, avrebbe potuto scontarla anche in carcere, come chiesto in udienza dal sostituto procuratore generale Rita Fulantelli, o in regime di detenzione domiciliare.

La vicenda, che ha portato alla condanna definitiva, non sospesa per via di precedenti condanne, seppure minori per diffamazione, risale al 2011. Arnone, già all’epoca in rotta con i vertici del Partito democratico, chiede formalmente l’iscrizione come gesto dimostrativo. La commissione che si doveva occupare di vagliare le richieste, composta fra gli altri da Domenico Pistone, Epifanio Bellini e Angela Galvano, gli rispose per iscritto che non gli era stato concesso il rilascio della tessera perché non possedeva i requisiti richiesti dallo statuto per l’affiliazione al partito. Fra le motivazioni si faceva riferimento al fatto che fosse stato rinviato a giudizio per estorsione. In realtà Arnone era stato destinatario di una richiesta di rinvio a giudizio sulla quale il gup non si era mai pronunciato, disponendo il rinvio a giudizio, in quanto aveva scelto il rito abbreviato che non lo prevede. Arnone, ritenendosi diffamato da queste affermazioni, presentò una denuncia. La querela a carico dei componenti della commissione del Pd fu archiviata e, nei confronti dell’esponente politico agrigentino, partì un’inchiesta per calunnia in quanto la Procura ritenne che Arnone li avesse accusati “falsamente, sapendoli innocenti”, di avere commesso il reato di diffamazione. In primo il gup di Agrigento, Alessandra Vella, aveva deciso l’assoluzione.

La sentenza, il 27 novembre del 2015, fu ribaltata e dopo circa un anno la Cassazione l’ha resa definitiva. Nelle settimane successive gli è stato notificato l’ordine di carcerazione e Arnone ha chiesto al tribunale di Sorveglianza di scontare la pena con una misura alternativa alla detenzione in carcere. 

Infine il procedimento davanti al tribunale presieduto da Giancarlo Trizzino che, tutto sommato, ha accordato la misura meno afflittiva all’avvocato ex dirigente di Legambiente che, oltre a svolgere un servizio alle dipendenze della confraternita Misericordia per tre volte alla settimana, restare a casa la sera, non allontanarsi da Agrigento e “tenere una buona condotta anche nell’esercizio della professione”, dovrà tenere a bada la sua consueta attività di denuncia pubblica. Fra le prescrizioni, infatti, vi è l’esplicito divieto di affissione di manifesti (proprio due giorni fa ne ha affisso uno di fronte al tribunale), volantinaggio, partecipazioni a trasmissioni televisive o sul web, post su facebook, comizi, pubblicazioni, articoli e “quant’altro di simile che abbia contenuto oggettivamente e palesemente offensivo nei confronti di soggetti pubblici o privati o anche solo violativo del decoro delle istituzioni”. 

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