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Agrigento, falso piano di protezione e sequestro di persona: tre condanne

L'accusa più grave è di sequestro di persona per avere, per quasi due anni (dal 2004 al 2006), costretto una intera famiglia a vivere sotto un finto programma di protezione originato da fantomatiche minacce di morte

Il regista agrigentino Mario Musotto, autore di numerosi docu-film sulla mafia (l'ultimo dei quali dal titolo "Trent’anni di mafia" in via di ultimazione), e gli empedoclini Alfredo Silvano (titolare di una società informatica e, dal 2012, iscritto al Movimento 5 stelle) e Daniela Todaro sono stati condannati dal giudice monocratico del Tribunale di Palermo, Patrizia Ferro, rispettivamente a sei, quattro e tre anni di reclusione.

L'accusa più grave è di sequestro di persona per avere, per quasi due anni (dal 2004 al 2006), costretto una intera famiglia (quella di Vincenzo Balli, già socio di Musotto nella società – poi fallita – denominata World ticket srl) a vivere sotto un finto programma di protezione originato da fantomatiche minacce di morte. 

Come riportato da "Il fatto quotidiano", "nella vicenda entra in scena una fantomatica squadra di sedicenti carabinieri, mai identificati, che per due anni costringe Balli, sua moglie e la figlia ad una vita blindata, in casa con le tapparelle abbassate o fatta di stressanti trasferte in località segrete con auto di scorta con lampeggianti, mancate registrazioni negli alberghi, nomi di copertura, passamontagna, appostamenti di uomini senza volto sul tetto. Una protezione h24 coordinata, a dire di Musotto, dal maresciallo dei carabinieri Vincenzo Quarta, nome in codice “Orso”, che per e-mail dirige le operazioni di tutela per difendere la famiglia Balli dalle minacce mafiose che continuano ad arrivare frequenti e puntuali, anche attraverso misteriosi sms. Non solo. In quel periodo i Balli hanno la sensazione di essere intercettati in casa con microspie, visto che le conversazioni tra i due coniugi vengono commentate in diretta dagli sms senza mittente”.

Tutta la storia sarebbe poi stata scoperta dal Balli, che ha successivamente conosciuto il "vero" maresciallo Quarta. Il sottufficiale, dopo aver scoperto la vicenda, ha messo a verbale le dichiarazioni dei coniugi "sotto protezione", facendo così scattare l'inchiesta culminata nel processo di primo grado con la dura sentenza di condanna (per altri cinque capi di imputazione è stata pronunciata sentenza assolutoria).

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