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Alcune delle proteste

Alcune delle proteste

Calcestruzzi Belice, i sospetti dell'Antimafia: "Qualcuno voleva mettere le mani sull'azienda?"

Nella relazione sui beni confiscati i deputati presieduti da Claudio Fava hanno dedicato un capitolo all'impresa agrigentina, con pesanti ombre e interrogativi sul destino dell'azienda

C’era chi voleva far chiudere la Calcestruzzi Belice, magari per rilevare l'azienda ad un cosiddetto "tozzo di pane" dopo la svalutazione dell'impresa in seguito alla confisca?

E' questo l'inquietante interrogativo che viene lanciato nella relazione redatta dalla Commissione antimafia regionale e presentata oggi. I deputati presieduti da Claudio Fava, ha puntato i fari sul sistema della gestione dei beni confiscati in Sicilia, con capitoli dedicati ovviamente al "Caso Saguto" e ad Antonello Montante, ma con un appronfondimento sulla "storia paradigmatica" dell'impianto di Montevago di proprietà di alcuni soggetti coinvolti nell’operazione antimafia “Scacco Matto” (il processo, dopo due annullamenti della Cassazione, è ancora in corso).

L'azienda viene sequestrata, insieme ad altri beni e, scrivono i parlamentari, "con la nomina di un amministratore giudiziario si cerca di rimettere in careggiata la Calcestruzzi. L’azienda è florida, il materiale prodotto tra i migliori che si trovino in Sicilia, le due cave hanno un potenziale estrattivo di almeno otto milioni di metri cubi: con un’oculata gestione, può bastare a dare lavoro per i prossimi cinquant’anni". Negli anni successi vengono firmati dei contratti importanti.

La Calcestruzzi Belice è "salva": prorogata di un anno l'attività estrattiva

Tutto bene? Purtroppo, come sappiamo, no: vengono meno le rimesse connesse ai lavori sulla Statale 640 e quelle della Calcestruzzi Spa di Bergamo, che, scrive la commissione, "decide di servirsi esclusivamente di un'altra cava, anch’essa sequestrata e sotto amministrazione giudiziaria, la Inerti srl., tagliando fuori la Calcestruzzi Belice nonostante un contratto sottoscritto per altri quattro anni. E siamo al primo dei molti paradossi che conoscerà questa vicenda". Non un'azienda qualsiasi, perché l'amministratore della Calcestruzzi Belice e della Inerti srl è la stessa persona, cioè l’avvocato Vincenzo Leone.  "Due aziende concorrenti, sullo stesso territorio e nello stesso settore - scrivono i parlamentari - identico l’amministratore per entrambe; una delle due perde l’appalto a vantaggio dell’altra: eppure di questo manifesto conflitto d’interessi in Tribunale nessuno si accorge".

Non c'è pace per la Calcestruzzi Belice: arriva decreto ingiuntivo da 90mila euro

Quando nel 2016 arriva la confisca le condizioni dell'azienda sono già critiche: a stabilirne il fallimento è il Tribunale di Sciacca per un debito di sole 27.300 euro con l'Eni. Spiccioli per un colosso di queste dimensioni, tanto che i dirigenti sindacali ascoltati dalla Commissione parlano di un inspiegabile "accanimento" se paragonato ad un credito così modesto. La società viene quindi diffidata dall'Agenzia nazionale dei beni confiscati “dal compiere ogni attività aziendale”, "decretando - scrivono i deputati - di fatto la morte dell’azienda e aprendo la strada al licenziamento dei lavoratori, gli unici a pagare in una vicenda surreale in cui lo Stato fa guerra a se stesso".

Questo mentre la società, con solo 11 operai, aveva sei consulenti e tre amministratori, con stipendi certamente non "economici". Da quel momento, si ricorderà, parte la protesta dei lavoratori che danno il vita ad un presidio costante davanti all'azienda e la politica si accorge di quanto stava accadendo. Nel frattempo la Corte d'appello annulla il decreto di fallimento e i lavori tornano in servizio grazie ad un accordo con il Ministero dell'Interno. Tutto risolto? No. Perché se i lavoratori denunciano di non essere ascoltati dall'agenzia per i beni confiscati, a "bussare" alle casse dell'impresa sono amministratori e consulenti che lamentavano il mancato pagamento di somme per mezzo milione di euro.

"Una lunga storia dolente - scrive la Commissione - ancora non conclusa, sulla quale pesa soprattutto un dubbio: questa azienda ha subito, solo per una congiuntura negativa, l’accanirsi di inerzie, svogliatezze ed eccessi sul piano istituzionale e giudiziario? Oppure dietro questa somma di fatti c’era un disegno concreto, ovvero la volontà di sbarazzarsi della Calcestruzzi Belice perché qualcuno potesse accaparrarsi i loro appalti e le loro cave?".

Una domanda non retorica, ma che la Commissione ha rivolto ad alcuni dirigenti sindacali auditi durante i lavori i quali sono parsi avere le idee abbastanza chiare insieme al presidente del Cda della società. "C’erano due scuole di pensiero dentro l’Agenzia dei beni confiscati - dice Pina Palella ai deputati, responsabile legalità della Cgil Catania -. Cioè abbiamo avuto la sensazione che in questa vicenda della Calcestruzzi Belice c’era chi remava per non farla fallire e c’è chi, non so per quale interesse, cercava di bloccare questa cosa. Tant’è che, se la Calcestruzzi Belice si è salvata, è perché i lavoratori... hanno occupato l’azienda e non hanno fatto entrare nessuno".

Ma chi poteva avere questo interesse, chiede Fava. "Secondo me c’era interesse di altre aziende - continua Palella - di prendersi la Calcestruzzi Belice". Il tutto con un'ombra aggiuntiva, quella della massoneria. "Se il direttore commerciale della Calcestruzzi Belice Onofrio Costanza è massone, perché risulta nelle carte - continua Palella - qualche collegamento lo doveva avere con qualcuno. Secondo il mio avviso avevano l’intenzione di soffocare e prendersi la Calcestruzzi Belice. Chi c’era dietro non lo so".

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