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Antonella Gallo Carrabba

Antonella Gallo Carrabba

Il Centro antiviolenza ad Agrigento, tra denunce e attività no stop

Dalle molteplici telefonate, agli inquietanti racconti delle donne, emerge un assordante rumore: il silenzio di tantissime donne maltrattate, seviziate e picchiate, che scelgono di chiudere tutte le sofferenze e i dolori, dentro il proprio cuore, isolandosi. A parlare del Centro è la sua responsabile, Antonella Gallo Carrabba

Il cambiamento delle donne, nel rapportarsi con il centro antiviolenza e con gli stessi operatori, subisce negli anni una graduale trasformazione. Si passa in un primo momento a telefonate, dove il protagonista principale era il silenzio. L’operatore mostrava serie difficoltà, da un lato, vi era il timore che l’utente poteva da un momento all’altro agganciare la chiamata, dall’altro, la paura di non poter prestare opportuni aiuti.  Con il passare del tempo, le telefonate, subiscono cambiamenti, anche in riferimento, alla diffusione del fenomeno sociale della violenza. Nel 2000 nasce l’idea di creare un centro antiviolenza ad Agrigento, a seguito di uno studio fatto dal servizio di sociologia dell’ASP di Agrigento, dove all’interno di esso è presente l’osservatorio permanente sulle famiglie. Tra il 2009-2010, l’associazione diventa Centro Antiviolenza, con all’interno uno staff di volontari, che dal lunedì al venerdì, si alternano  all’interno della sede, offrendo una serie di servizi: telefonate; appuntamenti in sede e semplici informazioni. Ad aver bisogno del centro, non sono solo donne che appartengono a un basso strato sociale; non sono solo famiglie povere, senza cultura, casalinghe con mariti disoccupati. Bensì chi richiede l’intervento degli operatori del centro, sono donne provenienti da uno strato sociale medio-alto, donne impiegate nel sociale, di “buona famiglia”, che si confrontano con altre donne, il cui compagno è pure un professionista. Dalle molteplici telefonate, agli inquietanti racconti delle donne, emerge un assordante rumore: il silenzio di tantissime donne maltrattate, seviziate e picchiate, che scelgono di chiudere tutte le sofferenze e  i dolori, dentro il proprio cuore, isolandosi e allontanandosi dagli affetti principali. Nel 2010 il centro, viene coinvolto in vari progetti, uno dei quali realizzato all’interno delle scuole per molti anni è stato, “Lo sportello ascolto”.

A parlare del Centro è la sua responsabile, la dottoressa Antonella Gallo Carrabba.


Dottoressa, all’interno del centro antiviolenza, svolge il ruolo di sociologa; ma quante altre mansioni esercita all’interno di questo organismo?

Il ruolo principale è di Responsabile del centro, oltre ad essere il Presidente dell’associazione; mi occupo di curare le pubbliche relazioni, sono la coordinatrice degli operatori, formatrice di corsi di formazione, rispondo al telefono, prendo appuntamenti per determinati colloqui e cerco in tutti i modi di dare continuità e di coinvolgerla anche gli operatori. Siamo in tre a definirci “memorie storiche del centro”, perché siamo i fondatori del centro antiviolenza, quindi oltre alla mia presenza, divido il titolo con il dott.re Patti e l’avvocato Schifano. All’interno del nostro lavoro non c’è una vera e propria divisione dei ruoli, chi ha sposato questa iniziativa, fa tutto il possibile affinché non rimangano posti vacanti. Non ci sono braccia conserte; ma braccia sempre in continuo movimento.

Secondo le telefonate ricevute e gli aiuti offerti. La statistica dei servizi erogati, raggiunge numeri elevati o si parla di cifre ragionevoli?

La statistica è altissima, e giornalmente i numeri aumentano. Per tutti noi membri del centro, questo è un triste bilancio. Il nostro augurio è che attraverso gli aiuti e i vari servizi che il centro eroga, giorno dopo giorno, le sofferenze e i dolori di queste donne possano essere alleviate.

Prima si parlava di violenza, poi si è parlato di fenomeno sociale, oggi invece si parla di una piaga, una grande piaga della società. Cosa ne pensa?

Penso che si parli sempre dello stesso fenomeno. Il tempo passa i giorni si succedono, ma la violenza non termina. Cambia soltanto l’interesse del giornalista e i diversi termini utilizzati per evidenziare maggiormente una notizia. Le donne vittime di violenza, ci sono state, ci sono e purtroppo ci saranno sempre, nonostante il diffondersi delle notizie, nonostante il riversare di voci e di  informazioni che circolano, all’interno e all’esterno di tutte le mura domestiche. La mia paura più grande, oggi si estende, al mondo dei giovani. Infatti, un dato allarmante è la violenza subita dalle ragazze. Un mondo chiamato “moderno”, ma che di moderno ha solo le apparenze. Ragazzi che quotidianamente escono da casa dopo la mezzanotte e si ritirano all’alba, ragazzi che provengono da stabili nuclei familiari, ragazzi con una vita normalissima, che nei rapporti con i simili vivono la loro età con esuberanza, ma che nel rapportarsi con la sfera sentimentale si trasformano in violenti, in bruti e in bestie.

I giornalisti evidenziano sempre il termine “raptus” in una storia di violenza. Secondo lei, quanto c’è di raptus in un uomo violento?

Sono totalmente contraria a questo termine, l’atto del raptus non avviene in ogni morte di donna o in ogni storia di violenza. Il famoso raptus, non può e non deve essere utilizzato come una giustificazione ad atti atroci, crudeli e inumani. Soprattutto quando l’azione è già stata premeditata e studiata da molto tempo. Quando un uomo violenta, picchia, e maltratta una donna, non si tratta di un caso accidentale o di un errore; la violenza è ricorrente. Non esiste la storia del buon marito, che un bel giorno si trasforma in bruto. I sentori di una violenza, si avvertono fin da subito; già dalla conoscenza, dal fidanzamento. Purtroppo la donna, sceglie di non valutare questi comportamenti prepotenti e rabbiosi, accettandoli nella quotidianità e vivendoli nel silenzio. Solo dopo tanti anni, di predomino e prevaricazione, la donna decide di chiedere aiuto. Tutto ciò dettato da una maturità in più da parte della donna, o da un cambiamento. In tutte le storie che si sono susseguite, qui al centro antiviolenza, alla base di tutto, tra uomo e donna, manca un componente importantissimo: il confronto. Senza questo componente, l’uomo e la donna, non riusciranno mai a stabilire una ferma alleanza e una forte complicità. L’uomo che non è mai stato corretto e migliorato rimarrà sempre un uomo deviato ed emarginato.

Alcune comunità del nord, realizzano dei percorsi specifici per uomini violenti. Cambiando, modificando e infine rinnovando, attraverso figure professionali competenti, alcuni aspetti ambigui, confusi e bui di tali individui. Cosa ne pensa?

Credo sia una realtà ardua e complessa. Almeno per la nostra provincia. Difficilmente, gli uomini si approcciano o si apprestano a seguire dei percorsi terapeutici. Pochissimi si avvicinano alle strutture e solo alcuni, decidono di continuare la terapia. L’uomo in se è restio, è sfavorevole e contrario, nonostante i tempi, nonostante la crescita, lo sviluppo e il progresso; viviamo purtroppo, in una società, ancorata da preconcetti arretrati e bigotti. La figura più forte rappresentata sempre  dall’uomo, e quella debole capace di sopportare, associata alla figura della donna, non smetterà mai di esistere. La mentalità patriarcale, è innata nelle menti degli uomini, e non è soltanto un problema del sud, perché altrimenti, non vengono giustificate, tutte le morti avvenute nel nord Italia o in tutte le parti del mondo.

Un capitolo della mia tesi è dedicato al “silenzio”. Dottoressa, secondo lei, quanto la donna è colpevole del suo silenzio assenso?

Su questo argomento, sono molto ferma; in quanto sono la prima a tentare in tutti i modi di scuotere le donne dal loro silenzio e dal loro astenersi. Penso e credo fermamente che, il piccolo errore può essere corretto anche dopo poco tempo; ma il grande errore è assolutamente difficile se non  impossibile. In questo caso, l’esempio dell’albero piantato rende perfettamente l’idea del mio pensiero. Quindi se si instaura un rapporto di coppia, acconsentendo a determinati comportamenti scorretti e inesatti; si finisce col sottomettersi a un rapporto di violenza continuo e incessante, riducendo tutto a un silenzio assenso che, assume giorno dopo giorno, un peso sempre più rilevante. La donna, quindi, in un certo senso, è colpevole di avere acconsentito alla continuità di determinati gesti e abusi, di aver trascinato con lei una relazione malata e di chiudere tutto questo dentro un accordato silenzio; scegliendo quindi, di dimorare un una situazione grave, pericolosa e nociva. Questa donna sarà una vittima di violenza perpetua, continua ed eterna, grazie al suo silenzio.    

Dottoressa, lei è una donna impegnata in questo determinato frangente, da quasi quattordici anni . In un futuro più prossimo, quali sono le sue aspettative sulle evoluzioni del centro antiviolenza e sulle persone che ancor oggi rifiutano un cambiamento?

Di cambiamenti molto positivi, penso che, se avverranno io sarò già morta. Il passaggio è molto lento. Però, sicuramente, ci sono stati molti mutamenti positivi di cui sono stata fiera e orgogliosa. Mi riferisco ai diversi cambiamenti delle donne nell’approccio al centro antiviolenza; parlo della brillante formazione degli operatori del centro; ma soprattutto voglio sottolineare, l’aspetto restio e avverso del vicinato, che solo da poco riconosce la sede del centro antiviolenza, tanto da indirizzare alla nostra porta, le donne in cerca del nostro aiuto. Tanto riconoscimento c’è stato dato anche dalle scuole, dalle parrocchie e dai comuni limitrofi che organizzando delle conferenze, dei progetti o dei dibattiti, hanno richiesto il nostro intervento,  avviando una serie di innovazioni, di lavori e di studi sul fenomeno e dando risalto al centro antiviolenza. Sono piccoli gesti, che mostrano una maggiore apertura, e che gratificano il nostro lavoro. Questi per noi rappresentano dei piccoli passi avanti.

Come progetti futuri per il centro, cosa si prevede?

Io, come anche tutto il mio staff, siamo animati dalla speranza di un apertura di nuovi progetti e di  nuovi bandi che potrebbero portare la stabilità del centro antiviolenza. Per noi, e per gli operatori, la cosa più importante se non fondamentale è garantire la continuità dei servizi. La mia speranza sul centro, è quella di avere la possibilità di pagare i miei operatori, dando loro l’alternativa di poter agire sia con il cuore, sia come veri e propri operatori retribuiti. Come progetto futuro per il centro, si sta pensando all’apertura di una comunità in grado di ospitare queste donne, che dopo aver denunciato nei casi più gravi abbandonano le loro case. Adesso le vittime vengono ospitate da altre strutture; noi speriamo di avere una nostra comunità; dove poter dare continuità alla terapia e infine riuscire a rendere la vittima una donna indipendente. Quindi una vera e propria fase circolare, che bisogna necessariamente di questa parte finale.

Come pensa al futuro del centro antiviolenza, è una donna scettica o positiva?

Forse la mia idea, pecca di troppa concretezza e di troppa speranza. Il mio pensiero al futuro del centro antiviolenza, è che il centro raggiunga la piena istituzionalizzazione , cioè venga riconosciuto del tutto, per garantire e assicurare a tutte le donne i diversi servizi di cui necessitano. Credo che in questa risposta sia presente una fetta di scetticismo e una fetta di positivismo; ma di pari passo c’è anche tanta fiducia, una fiducia che spero non venga tradita dalle istituzioni, dalla politica, e dalla regione. Chiudere la porta in faccia al nostro lavoro, è chiudere la porta in faccia al bisogno incessante di una donna che grida aiuto.

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