"Spendeva tanti soldi per le scommesse", il movente del vizio del gioco dietro l'omicidio?

Due tabaccai confermano in aula la pista investigativa del delitto del marmista Giuseppe Miceli

Da sinistra Miceli e Sciortino

Il marmista Giuseppe Miceli, massacrato con delle lastre di marmo e degli arnesi da lavoro nel suo laboratorio il 7 dicembre del 2015, aveva il vizio del gioco. “Era cliente della mia tabaccheria – ha detto ieri Alessandro Curreri davanti alla Corte di assise di Agrigento – e veniva sempre per giocare schedine del lotto. Quando spendeva? All’incirca – ha detto rispondendo al pubblico ministero Gloria Andreoli – 120 euro a settimana”. Qualche imprecisione sui dettagli. “Non ricordo se, dopo la morte, ha lasciato dei debiti”. L’avvocato Giovanna Morello, che insieme al collega Santo Lucia, difende l’unico imputato, l’operaio Gaetano Sciortino, 54 anni, gli fa notare che ai carabinieri, durante le indagini, aveva detto il contrario.

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I sospetti della difesa sul fratello della vittima

Il commerciante corregge il tiro. “Evidentemente sarà vero quello ho dichiarato all’epoca, i fatti erano più recenti. Comunque, se ha lasciato dei debiti, sarà sicuramente poca cosa”. Un’altra tabaccaia, citata sempre dal pm, conferma la particolare dedizione al gioco ma sminuisce le cifre. “Veniva spesso ma giocava al massimo una decina di euro a settimana. La mia attività, in ogni caso, era chiusa già due anni prima della sua morte”. 

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