Marmista massacrato in laboratorio, spunta la pista del movente sessuale

Un carabiniere rivela: "Una fonte confidenziale ci disse che era stato ucciso per una prestazione non pagata"

Da sinistra Miceli e Sciortino

“Una fonte confidenziale ci imbeccò su una pista legata a due uomini, ci indicò un movente molto scabroso legato a una prestazione sessuale non pagata con la moglie di uno di loro che avrebbe fatto scattare la rappresaglia”. Il brigadiere dei carabinieri Vincenzo Migliore racconta in aula le battute iniziali dell’indagine per l’omicidio del marmista Giuseppe Miceli, assassinato il 7 dicembre del 2015 nel suo laboratorio a colpi di lastre di marmo e arnesi da lavoro.

Il militare ha preso parte all’indagine che, nelle battute iniziali, ha scandagliato un’ipotesi molto scabrosa che poi è stata scartata. La “fonte confidenziale”, che non viene svelata e, in quanto tale, processualmente non viene utilizzata come prova, ha dato l’input agli investigatori per indagare su due uomini che abitano non troppo distante dal laboratorio della vittima.

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“Questa persona – ha detto il brigadiere rispondendo al pm Gloria Andreoli e ai difensori dell’imputato, gli avvocati Santo Lucia e Giovanna Morello – era molto attendibile e, per questo, gli abbiamo dato credito. Abbiamo indagato su questa situazione, la fonte diceva che uno dei due uomini aveva venduto la moglie a Sciortino che poi si è era rifiutato di pagare la prestazione sessuale. Per questo, in seguito, era stato ucciso”.
La pista naufraga presto e l’indagine prende altre vie. L’unico imputato, davanti alla Corte di assise presieduta da Wilma Angela Mazzara, è il cinquantacinquenne Gaetano Sciortino, che, secondo quanto accertato dalle indagini, ha seguito per tutto il giorno il marmista che, il 7 dicembre del 2015, all’indomani del pedinamento fu massacrato nel suo laboratorio con degli arnesi usati per il suo lavoro. 

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