Marmista massacrato nel suo laboratorio, il medico: "L'assassino è vigoroso e mancino"

L'autopsia ha fornito alcune possibili indicazioni sul killer: "Ha colpito con molta forza, forse erano in due"

Da sinistra Miceli e Sciortino

“Giuseppe Miceli è stato ucciso con almeno dieci colpi inferti con vari corpi contundenti, potrebbero essere stati in due. Chi lo ha massacrato era mancino, ha una grande forza e verosimilmente è più alto di lui”. Il medico legale Ignazio Tavormina, che ha eseguito l’autopsia sul marmista di 67 anni trovato ucciso nel suo laboratorio il 7 dicembre del 2015, fornisce più di un elemento che allontana la responsabilità dall’unico imputato. Il cinquantatreenne Gaetano Sciortino è destro ed è più basso della vittima che avrebbe ucciso, sostiene il pm Gloria Andreoli, per motivi economici non del tutto messi a fuoco.

Udienza potenzialmente decisiva, ieri mattina, davanti alla Corte di assise presieduta da Wilma Angela Mazzara, del processo a carico dell’operaio che, anche in questa circostanza, ha assistito impassibile alla deposizione del medico legale, accanto ai suoi legali Santo Lucia e Giovanna Morello. Tavormina non ha messo punti fermi perché gran parte degli elementi emersi sono in termini probabilistici ma ha dato indicazioni importanti. “La vittima ha provato a difendersi, la causa della morte - ha detto - è stata la frattura della base cranica. In base agli elementi riscontrati posso collocare l’orario dell’omicidio intorno alle 22".

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Poi ha esaminato alcuni dettagli. “L’assassino era mancino? Le lesioni inferte, per direzione, sono compatibili con questa ipotesi”. Altre piste sull’altezza. “Poteva essere più alto, in base all’impatto dei corpi contundenti, ma è possibile anche che sia stato colpito una volta a terra”. Si torna in aula il 18 aprile. 

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