Marmista massacrato nel suo laboratorio, il mistero della telefonata dopo la morte

Il cellulare di Giuseppe Miceli usato anche nelle ore successive all'omicidio, il pm spiega: "E' stato un carabiniere per ragioni investigative"

Il luogo dell'omicidio, nel riquadro la vittima

“L’assassino, prima di lasciare il laboratorio dove ha ucciso il marmista Giuseppe Miceli, è rimasto fermo per diversi minuti. Le impronte del sangue sul pavimento sono inequivocabili”. Lo ha detto ieri, deponendo al processo in corso davanti alla Corte di assise di Agrigento, presieduta da Wilma Angela Mazzara, il maresciallo dei carabinieri Angeli Falcomatà. Unico imputato del processo per l’omicidio dell’artigiano di 67 anni, massacrato nel suo laboratorio di Cattolica Eraclea il 6 dicembre del 2015, è l’operaio di 55 anni Gaetano Sciortino. Miceli è stato massacrato con almeno dieci colpi inferti con vari corpi contundenti presenti nel suo laboratorio.

L'omicidio del marmista, il medico legale: "L'assassino è vigoroso e mancino"

Il sottufficiale dei carabinieri, rispondendo al pubblico ministero Cecilia Baravelli e ai difensori dell’imputato, gli avvocati Santo Lucia e Giovanna Morello, ha rivelato alcuni dettagli delle indagini. “Il cadavere presentava alcune tracce pilifere sulla mano sinistra e sul collo. L’accertamento sulla natura di queste tracce, per confrontare se appartanessero alla vittima o, come pare, ad una seconda persona e, quindi, all’assassino, sono state fatte dal Ris e non conosco l’esito. Sul pavimento del laboratorio, inoltre, vi sono delle tracce di scarpe”.

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Dopo il maresciallo, è toccato al consulente della Procura, Luca Russo, ricostruire il traffico telefonico, attraverso i tabulati, in entrata e in uscita dal cellulare della vittima. La sua deposizione è stata molto sofferta e la presidente della Corte, Wilma Angela Mazzara, l’ha più volte bacchettato per le imprecisioni sia nei ricordi che nella produzione della relazione, depositata in versione poco leggibile. Ma è saltato ugualmente fuori subito un dato per nulla banale. “Il 7 dicembre dal cellulare è partita una telefonata”. Sia la difesa che la Corte sono rimasti molto sorpresi visto che Miceli era già morti, ma il pm Baravelli ha precisato: “È stata fatta da un carabiniere per ragioni investigative”. Lo avrebbe dovuto confermare lui stesso ma non era presente e lo farà alla prossima udienza, pagando anche un’ammenda di 300 euro perché la Corte non ha ritenuto motivata la sua assenza e lo ha sanzionato. 

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