Giro di usura ed estorsioni, il teste chiave non viene a testimoniare: slitta il verdetto

Per la terza volta arriva una giustificazione legata al Covid, i giudici non gradiscono e dispongono un'ammenda

Il tribunale di Agrigento

Prima le difficoltà logistiche dovute al viaggio da Milano, poi la "scelta di prudenza" di dovere eseguire un test sierologico prima di rientrare a Canicattì. Infine, ieri, la comunicazione dell'ennesima assenza perchè "la Lombardia è zona rossa e non ci si può spostare". Gioacchino Amico, il teste chiave del processo scaturito dall'operazione "Cappio", su un vasto giro di usura a Canicattì, ha provato a giustificare così la sua assenza.

L'udienza, fissata solo per la sua audizione, alla quale era stato dato il via libera in un secondo momento, va ancora a vuoto e il presidente del collegio Alfonso Malato ha disposto anticipatamente l'ammenda di 500 euro "in caso di ulteriore assenza". Un nuovo tentativo di sentire in aula una delle presunte vittime del giro sarà fatto il 21 gennaio.

Slitta ancora, quindi, dopo quasi 9 anni, dai rinvii a giudizio, la conclusione del processo. Dieci gli imputati. Si tratta di: Giuseppe Lo Brutto, 57 anni; Angelo Gloria, 57 anni; Antonio Maira, 69 anni; Giuseppe Zucchetto, 45 anni; Calogero Liuzzi, 39 anni; Ivan Sciabbarrasi, 43 anni; Giuseppe Maira, 64 anni; Antonio Gianluca Canicattì, 35 anni; tutti di Canicattì, Angelo Valletta, 65 anni, di Enna e Giuseppe Liuzzi, 37 anni, di San Cataldo. A finire nella morsa degli strozzini sarebbero stati tre imprenditori di Canicattì.

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