Adesca ragazzina in auto e tenta di abusarne, condannato 50enne

Quattro anni e otto mesi a Enzo Cangemi, l'uomo ha sempre negato le accuse: "Le ho solo chiesto dove potevo comprare la droga"

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“Faccio uso di stupefacenti da tempo, ho incontrato la ragazza e le ho chiesto di salire sulla mia auto per chiederle se c’era qualcuno in giro che potesse vendermi dell’hashish. Perché l’ho chiesto a lei? Perché notoriamente acquistava droga. È stato questo il motivo, non ho praticato nessuna violenza nei suoi confronti”.

L'imputato - Enzo Cangemi, 50 anni, di Camastra, imputato di tentata violenza sessuale, sequestro di persona e lesioni - aveva provato a difendersi così. I giudici della seconda sezione penale, presieduta da Wilma Angela Mazzara con a latere Manfredi Coffari e Fulvia Veneziano, non gli hanno creduto e lo hanno condannato a 4 anni e 8 mesi di reclusione. 

L’episodio al centro del processo, concluso ieri pomeriggio con la sentenza di primo grado, sarebbe accaduto il 27 dicembre del 2016. Poche ore dopo i fatti, gli stessi familiari della ragazzina diciassettenne, che hanno anche prodotto dei certificati medici per sostenere le accuse, hanno denunciato tutto ai carabinieri. Cangemi, difeso dall’avvocato Angela Porcello, secondo quanto ipotizzava la Procura ed è stato accertato dal processo, avrebbe adescato una ragazzina convincendola a salire sull’auto, forse, con il pretesto di chiederle il numero di telefono del padre.

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“Quel giorno mi ha telefonato - ha confermato in aula il padre della ragazzina, spiegando che fra loro c’era un rapporto di conoscenza - ma non sapevo ancora nulla di quanto accaduto". L’obiettivo di Cangemi sarebbe stato quello di avere un rapporto sessuale orale con la ragazzina e per questo le avrebbe impedito di scendere dall’auto e avrebbe cercato di abbassarle la testa all’altezza delle sua zona pubica cercando di abbassarsi la cerniera dei pantaloni e stringendole con violenza un polso per evitare che potesse reagire. L’opposizione della ragazza, che riuscì a colpirlo con uno schiaffo, sempre secondo la ricostruzione della vicenda, impedì il peggio.

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