Sabato, 20 Luglio 2024
Il verdetto

“Indagini insabbiate sul gruppo Catanzaro?”, prosciolto ex pubblico ministero

Il magistrato della Procura di Roma Antonella Pandolfi, all’epoca dei fatti in servizio al tribunale di Agrigento, era accusato di abuso d'ufficio dopo le denunce presentate da un imprenditore

Non luogo a procedere nei confronti dell’ex pm del tribunale di Agrigento Antonella Pandolfi, accusata di abuso d’ufficio per avere adottato una “disparità di trattamento” nelle indagini a carico dell’imprenditore Gaetano Caristia, autore della denuncia nei confronti del magistrato, rispetto a quelle nei confronti di Giuseppe Catanzaro, ex vicepresidente di Confindustria.

Caristia, 77 anni, indagato dallo stesso pm e poi condannato in primo grado a 8 mesi di reclusione (4 in appello) nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta lottizzazione abusiva alla Scala dei Turchi, ha denunciato trattamenti di favore di cui, in procedimenti analoghi, avrebbero beneficiato altri indagati: fra questi i fratelli Catanzaro dell'omonimo gruppo imprenditoriale, finiti sotto inchiesta per vicende relative a degli abusi edilizi realizzati nella zona di Realmonte con la loro società Agriper. Indagini, secondo Cartistia - svolte solo tardivamente e in seguito ad alcune segnalazioni di stampa.

Ma la stessa Procura nissena aveva comunque chiesto l’archiviazione ritenendo infondate le accuse nei confronti del magistrato che all’epoca dei fatti era pm ad Agrigento e oggi in servizio a Roma. Le accuse di abuso di ufficio mosse dall'imprenditore, secondo la procura nissena, erano infondate e pertanto era stata chiesta l'archiviazione. Caristia, attraverso il suo difensore, l'avvocato Luigi Restivo, aveva proposto un'opposizione e il gip, sciogliendo la riserva dopo l'udienza, nella quale il pm Pandolfi è stata assistita dall'avvocato Giovanni Di Giovanni, in un primo momento aveva imposto un approfondimento istruttorio a seguito del quale ha ordinato al pm di mandare a processo la collega.

"Le disparità di trattamento sembrerebbero collegate - scrisse il gip - non ad una casualità o a un'inefficienza dell'ufficio ma a rapporti e interessenze del titolare dell'esercizio dell'azione penale, ovvero il pm Antonella Pandolfi". 

Antonella Pandolfi si era difesa sostenendo che, fra le altre cose, c'era stato un disguido consistito nello smarrimento di una delega di indagini e che la differenza nella trattazione dei due casi fu la conseguenza di un eccessivo carico di lavoro. 

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