Omicidio Tragna, nonostante le sentenze per il ministero "non fu vittima di mafia"

La giustizia ordinaria prima e il Tar dopo hanno confermato che venne ucciso per mano della criminalità organizzata, ma la famiglia non può accedere ai benefici previsti

Giuseppe Tragna

Nonostante le sentenze della giustizia ordinaria e amministrativa che hanno ribadito la natura mafiosa dell'agguato che trent'anni fa uccise in via Gela, all’età di 49 anni, Giuseppe Tragna, direttore dell’agenzia 2 della banca popolare Sant’Angelo di Agrigento, per il ministero dell'Interno i suoi familiari continuano a non aver diritto ai benefici previsti per i parenti di vittime della mafia.

 A tre decadi dall'omicidio e dopo 10 anni dal primo ricorso al Tar, la famiglia Tragna si trova a dover impugnare nuovamente i provvedimenti dello Stato per affermare quello che ritiene un proprio diritto. Se infatti sugli autori di quell’agguato sono stati i tre gradi della giustizia penale a fare piena chiarezza, i figli e la moglie del dirigente di banca hanno avuto bisogno di rivolgersi anche al Tribunale amministrativo regionale per annullare la decisione di Prefettura di Agrigento prima e ministero dell’Interno poi di opporsi alla richiesta di ottenere il riconoscimento dello stato di parenti di vittima di mafia. Il Tar, in particolare, dipinse Tragna come una “persona integerrima, dedita esclusivamente al compimento dei propri doveri familiari e professionali” e che il movente della sua morte fosse da ricercare nella sua attività professionale e, “in particolare, con riferimento al rinvenimento di alcuni assegni che lo stesso aveva contrassegnato con la dicitura 'attenzione segnalazione assegno trafugato'".

Trent'anni fa moriva Giuseppe Tragna, eroe civile dimenticato dalle istituzioni

Il tribunale amministrativo, nel 2017, diede quindi pienamente ragione alla famiglia, imponendo al ministero di consentire ai Tragna di accedere alle procedure, ma, dopo due anni e un nuovo ricorso da parte dei Tragna è arrivata una nuova doccia gelata: il 5 agosto scorso l’amministrazione ha infatti confermato il rigetto dei benefici della legge 302/1990 per le vittime della criminalità organizzata, confermando di fatto il provvedimento che era stato annullato dal Tar. Così non è rimasto altro da fare per loro che ricorrere nuovamente al tribunale amministrativo, con il ministero che è stato però intanto condannato al pagamento delle spese legali a causa, scrive il Tar del Lazio "del significativo ritardo con cui ha provveduto ad ottemperare al giudicato".

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