Mercoledì, 29 Settembre 2021
Cronaca

Piazza Stazione s'è trasformata in un Santuario a cielo aperto, l'arcivescovo: "San Calò non è un amuleto da tirar fuori quando serve"

Monsignor Alessandro Damiano: "Tante famiglie, tanti giovani, in questo territorio già povero e martoriato hanno visto sgretolarsi sogni e progetti. Tante imprese, tanti esercizi commerciali, già sottoposti ai 'giochi' di potere delle mafie, hanno dovuto chiudere i battenti e dichiarare il fallimento"

"I nostri occhi sono rivolti al Signore come gli occhi dei servi alla mano del loro padrone, perché sappiamo che la nostra vita è nelle sue mani. Ce ne siamo resi conto in questo periodo in cui abbiamo dovuto misurarci con tutto ciò che ci minaccia. Sono già due anni che non possiamo fare festa per come vorremmo, ma abbiamo dovuto rinunciare a molto di più: tante famiglie, tanti giovani, in questo territorio già povero e martoriato hanno visto sgretolarsi sogni e progetti. Tante imprese, tanti esercizi commerciali, già sottoposti ai 'giochi' di potere delle mafie, hanno dovuto chiudere i battenti e dichiarare il fallimento. Ma siamo qua, più tenaci che mai in questo Santuario aperto e spalancato sul mondo intero. Rinforzati, anziché sconfitti, eccoci qua con gli occhi rivolti al Signore che si incrociano con quelli di San Calogero. Ogni volta che spinti da quel 'Chiamammu a cu n'aiuta, viva San Calò' dovremmo sintonizzarci con il suo sguardo, per lasciarci proiettare verso Dio da cui proviene ogni grazia e verso gli uomini e le donne che ci vivono accanto. Dovremmo risvegliare in noi il desiderio del bene, l'impegno per la giustizia, l'amore per la sapienza". Queste le parole dell'omelia dell'arcivescovo di Agrigento, monsignor Alessandro Damiano, in piazza Stazione dove s'è tenuta una delle prime celebrazioni eucaristiche in onore del compatrono della città dei Templi. 

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Piazza Stazione s'è trasformata in un Santuario a cielo aperto, tanti - anzi tantissimi - gli agrigentini, oltre ai rappresentanti istituzionali, che non hanno voluto mancare, nonostante il gran caldo, alla celebrazione eucaristica ai piedi del santo nero. E tutti, anche se non è più obbligatorio indossarla all'aperto, hanno indossato la mascherina anti-Covid. "La statua di San Calogero non è un amuleto da tirare fuori tutte le volte che abbiamo un problema da risolvere - ha aggiunto monsignor Damiano - . Nel primo messaggio che ho rivolto a questa comunità, vi ho chiesto di ascoltare la voce di Cristo che, misteriosamente, in modi non convenzionali, ci parla, ma non per questo meno significativi. Il profeta, San Calogero, fa proprio questo: sa guardare oltre le apparenze, scendendo nella concretezza dell'esistenza e svelandone le contraddizioni e le ipocrisie, risvegliando nelle coscienze il desiderio del bene e il gusto della verità". 

L'arcivescovo, parlando del tradizionale lancio dei panini di San Calò dai balconi, ha chiesto: "Quale pane dobbiamo condividere? Quello dell'accoglienza e della compassione? Della prossimità e del rispetto, della promozione e della fiducia. E con quali poveri dobbiamo condividerlo? Con i disperati che abitano nella porta accanto alla nostra o nella nostra stessa casa. Oppure quelli che partono per andare a cercare fortuna altrove o quelli che arrivano perché pensano che la fortuna sia qui. Saranno i malati che si scoraggiano? O gli anziani che sperimentano l'abbandono e la solitudine? I giovani che imboccano strade sbagliate? Le famiglie che non sanno gestire conflitti? E quelle, sempre di più, che non sanno arrivare a fine mese. Impegniamoci a non lanciare questo pane - ha sottolineato - . Ma a scendere in strada, sulle orme di San Calogero per ridare dignità alla nostra carità e suoi destinatari". 

"Uno dei modi in cui Dio ci parla e interpella la nostra coscienza si è consumato proprio in questi giorni sul mare di Lampedusa, l'ennesima tragedia di un 'Mare Nostrum' che ormai di nostro sembra avere ben poco. Stavolta è toccato a 7 donne, una delle quali nel suo grembo, diventato tomba, portava una vita che non vedrà mai la luce di questo mondo - ha proseguito monsignor Alessandro Damiano - , ma che è già nella luce di Dio. E' toccato a 7 donne identificate solo da una lettera e da una data di morte, le cui salme sono approdate a Porto Empedocle. Donne che troveranno riposo al cimitero di Palma, ma non sappiamo chi sono. Non potranno essere piante da parenti e amici, ma che hanno il nome di tutte le donne che muoiono nelle tragedie delle migrazioni o nelle tragedie domestiche". 

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"Quale posizione intendiamo assumere davanti a questa tragedia e dinanzi a quelle che, ogni giorno, si consumano dinanzi ai nostri occhi? - ha chiesto l'arcivescovo di Agrigento - . Continueremo a rammaricarci perché, quest'anno, non possiamo festeggiare San Calogero? Oppure cominceremo a seguire la via che lui, San Calogero, ha tracciato e che non possiamo ignorare, ostinandoci a guardare dall'altra parte? Certo nessuno è profeta in patria, il che rende difficile vivere pienamente la santità. Forse San Calogero, venuto da lontano, ha avuto la fortuna di essere straniero e questo gli ha facilitato le cose, come del resto essendo vissuto troppo tempo fa, non è più abbastanza scomodo per scuotere la nostra assuefazione. Possiamo dichiaraci suoi devoti solo se ne seguiamo l'esempio e possiamo onorare la sua memoria solo se la facciamo rivivere oggi nelle nostre scelte e nelle nostre azioni, altrimenti sarebbe è una devozione, un ricordo sterile, senza frutti. Forse avevamo bisogno di una festa a metà per ricordarci che, come il nostro santo, non possiamo rivolgere i nostri occhi al Signore se non siamo disposti a rivolgerli, rischiarati dalla sua luce, al nostro territorio e ai suoi drammi". 

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