"Richieste spropositate a persone deboli", ecco perché sono state condannate le sorelle Picone

Il giudice Alfonso Malato ha riconosciuto colpevoli di estorsione l'avvocatessa e la sorella: "Somme esagerate per attività di routine, le vittime sono state coartate nella loro volontà"

“Le parcelle richieste sono state del tutto sproporzionate se si considera che le controversie di natura previdenziale sono del tutto semplici e routinarie e l’attività si caratterizza, in concreto, con un discorso introduttivo estremamente stringato e compilato secondo una schema predeterminato e senza che ricorra alcuna problematica questione giuridica da affrontare, studiare e risolvere”: il giudice dell’udienza preliminare Alfonso Malato, meno di tre mesi dopo il verdetto, emesso il 7 dicembre scorso, ha depositato le motivazioni della sentenza del processo concluso con le condanne, per le accuse di estorsione e tentata estorsione, a carico dell’avvocato Francesca Picone e della sorella Concetta, consulente di un patronato, più volte bacchettato dal giudice per le modalità di gestione delle pratiche.

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Le vittime (uno di loro, l’ottantenne Pasquale Schembri, è morto prima che – come denunciato dal legale della moglie Salvatore Pennica – venisse risarcito come stabilito dal giudice) sono disabili, assistiti dallo studio legale dell’imputata. Nel processo, difesi anche dagli avvocati Gisella Spataro, Arnaldo Faro e Giuseppe Arnone, si sono tutti costituiti parte civile. Il giudice ha inflitto quattro anni all'avvocatessa e un anno e otto mesi alla sorella. Secondo l’accusa l’avvocato Picone, che in una circostanza avrebbe avuto il supporto dell'altra imputata, avrebbe costretto alcuni clienti che assisteva in una causa previdenziale per ottenere l’indennità di accompagnamento per figli o familiari disabili, a pagare una parcella ulteriore a quella stabilita dal tribunale prospettando, in caso contrario, che sarebbero andati incontro a problemi economici peggiori e che avrebbero perso la stessa indennità. Il giudice, oltre a sottolineare la sproporzione nella richiesta, che di per sé potrebbe anche non essere reato, sottolinea che le vittime – sono tre i capi di imputazione – sono state “coartate nella loro volontà”.

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Condannate le sorelle Picone

Fra le presunte minacce ci sarebbe stata quella di vedersi bloccata l’erogazione dell’indennità e quella di subire “gravi conseguenze”. Per il giudice si è trattato di una costrizione perché “erano persone in condizioni di particolare disagio economico, sociale e culturale, soggetti deboli che hanno preferito pagare e assecondare le richieste”. 

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