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"L'inabissamento quale regola di vita", ma l'inchiesta del Ros porta alla luce ruoli di vertice e interessi

L'inchiesta "Xydi" è stata avviate nel 2018 e s'è concentrata sul mandamento mafioso di Canicattì che costituisce tuttora l’epicentro del potere dell’ergastolano campobellese Giuseppe Falsone

Le indagini dell'inchiesta antimafia "Xydi" sono state avviate nel 2018. Di fatto, sono la prosecuzione di "Halycon" - inchiesta puntata sulla "famiglia" di Licata - che il 31 luglio del 2019 fece scattare il fermo di 7 indagati per associazione di tipo mafioso e concorso esterno. "Xydi" della Dda di Palermo e del Ros s'è concentrata sul mandamento mafioso di Canicattì che costituisce tuttora l’epicentro del potere mafioso dell’ergastolano campobellese Giuseppe Falsone, pure lui destinatario di uno dei 23 provvedimenti di fermo. 

"Le attività investigative, nel fare luce sugli assetti di Cosa Nostra Agrigentina, e in particolare del mandamento di Canicattì, hanno consentito di documentare l'operatività - ricostruiscono investigatori e inquirenti - dalle famiglie di Canicattì, Campobello di Licata, Ravanusa e Licata, nonché individuarne gli esponenti di maggior rilievo: Calogero Di Caro, capo del mandamento; Giancarlo Buggea, rappresentante di Falsone e organizzatore del mandamento, nonchè la figura di Luigi Boncori, capo della famiglia di Ravanusa. In tale cornice, ruolo di rilievo ha ricoperto Angela Porcello, compagna di Giancarlo Buggea, che, in qualità di difensore di numerosi affiliati del mandamento, sfruttando le garanzie del mandato difensivo, ha messo a disposizione degli stessi - prosegue la ricostruzione ufficiale - il proprio studio legale per l’esecuzione di summit mafiosi, ritenendolo luogo non soggetto ad investigazioni".

Secondo quanto viene ricostruito dai carabinieri, nello "studio dell'avvocata di Canicattì si sono svolti incontri che hanno riguardato esponenti mafiosi di primo piano quali Luigi Boncori; Giuseppe Sicilia, capo della famiglia di Favara; Giovanni Lauria, capo della famiglia mafiosa di Licata; Simone Castello, uomo d'onore di Villabate, già fedelissimo di Bernardo Provenzano; e Antonino Chiazza, esponente di vertice della rinata Stidda".

L'operazione antimafia "Xydi", boss al 41bis facevano arrivare ordini all'esterno con dei messaggi

L'inchiesta "Xydi" ha fatto emergere anche uno spaccato decisamente inquietante sul "mondo" delle carceri. "Giuseppe Falsone, sottoposto al regime del 41 bis, oltre a riuscire ad interagire con altri uomini d’onore, diversi da quelli con cui svolge i previsti periodi di socialità, a loro volta sottoposti al medesimo regime detentivo, servendosi - ricostruiscono i carabinieri - dell'avvocato Angela Porcello ha veicolato e ricevuto informazioni, mantenendo così la direzione operativa della provincia mafiosa di Agrigento". Ricostruiti anche i qualificati rapporti tra i rappresentanti del mandamento di Canicattì con esponenti di altre omologhe strutture delle province di Agrigento, Trapani, Catania e Palermo, sintomatici della perdurante unitarietà dell’organizzazione. Rilevanti sono risultati - grazie all'inchiesta - i contatti con esponenti della famiglia Gambino di Cosa Nostra newyorkese, interessata ad avviare articolate attività di riciclaggio di denaro con Cosa Nostra siciliana.

Le investigazioni hanno inoltre messo in luce la rinnovata presenza nel territorio del mandamento di Canicattì della Stidda, "organizzazione mafiosa ricostituitasi intorno alle figure degli ergastolani semiliberi Antonio Gallea - ritenuto responsabile, quale mandante, dell'omicidio del giudice Rosario Livatino - e Santo Gioacchino Rinallo. Oltre al generalizzato controllo della criminalità comune, estremamente significative sono le infiltrazioni di Cosa Nostra e della Stidda nelle attività economiche della vendita di uva e di altri prodotti ortofrutticoli. In tale quadro, è stato pure sventato un progetto omicidiario organizzato dagli esponenti della Stidda in danno di un mediatore e un imprenditore che non avevano corrisposto - a titolo estorsivo - alla nominata associazione mafiosa parte dei guadagni realizzati con le loro attività".

Tra le linee d’azione considerate più importanti da Cosa Nostra vi è quella dell’inabissamento, esigenza particolarmente sentita anche con riguardo alle inchieste giornalistiche, secondo l’esempio di Bernardo Provenzano per il quale rimanere invisibile era una inderogabile regola di vita. La particolare ampiezza dell’azione investigativa ha cristallizzato, inoltre, la perdurante posizione apicale, nell’ambito di Cosa Nostra, di Matteo Messina Denaro che, punto di riferimento decisionale dell’organizzazione, ha continuato a impartire direttive sugli affari illeciti più rilevanti gestiti dal sodalizio nella provincia di Trapani ed in altri luoghi della Sicilia.

Oltre a Matteo Messina Denaro e a Giuseppe Falsone sono stati raggiunti dai provvedimenti i presunti esponenti di vertice di diverse articolazioni mafiose di Cosa Nostra, nonché capi, promotori e organizzatori della rinnovata associazione mafiosa Stidda. Si tratta di Calogero Di Caro, capo del mandamento di Canicattì; Giancarlo Buggea, Luigi Boncori; Giuseppe Giuliana, uomo di fiducia di Calogero Di Caro; Giuseppe Sicilia, capo famiglia mafiosa di Favara e l’avvocato Angela Porcello. 

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