Venerdì, 23 Luglio 2021
Cronaca

Beatificazione di Livatino, Patronaggio: "Sia esempio per i magistrati", don Ciotti: "Non farne un santino"

Il fondatore di Libera ricorda "il magistrato risoluto, capace di portare avanti inchieste scomode e imboccare strade innovative, ad esempio riguardo alla confisca dei beni mafiosi. Le sue bussole erano il Vangelo e il Codice, che sempre teneva a portata di mano000

"In questo momento di crisi di immagine e di cadute deontologiche della magistratura la figura di Rosario Livatino è l'esempio alto che tutti i magistrati, credenti e non, devono seguire con umiltà e vera speranza di giustizia". Lo ha detto il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, all'uscita dalla cattedrale di Agrigento dove s'è tenuta la cerimonia di beatificazione del giudice Rosario Livatino.

"Ora che è beato, dobbiamo stare attenti a non farne un "santino" da invocare o da celebrare. Il miglior modo per ricordarlo è invece imitarlo nel suo luminoso esempio di virtù civili e cristiane". Così don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, commenta la beatificazione avvenuta oggi ad Agrigento del magistrato
antimafia Rosario Livatino.

"Rosario Livatino - dice il sacerdote - vive nella memoria di chi l'ha conosciuto. Vive nel lavoro della cooperativa di giovani che porta il suo nome, e coltiva le terre confiscate ai boss. Vive nell'ammirazione di tanti magistrati, giuristi e studenti che a lui si ispirano nel coltivare l'amore per il diritto e soprattutto per i diritti di ogni persona". Don Ciotti sottolinea che Rosario Livatino "non era un uomo dalle grandi certezze, ma piuttosto dalle grandi e coraggiose domande. Il dubbio, la domanda profonda e feconda, erano il motore del suo pensiero e la premessa del suo agire. Sia nella fede che nella professione. Non gli interessavano una fede esibita o una carriera brillante. Aderiva con sincerità di cuore al Vangelo e lo incarnava nelle sue scelte di vita. Con altrettanta sincerità aderiva alla legge per farla rispettare, sapendo però che la legge è sempre solo un mezzo, mentre il fine è la giustizia".

Il fondatore di Libera ricorda "il magistrato risoluto, capace di portare avanti inchieste scomode e imboccare strade innovative, ad esempio riguardo alla confisca dei beni mafiosi. Le sue bussole erano il Vangelo e il Codice, che sempre teneva a portata di mano. Nei mesi prima dell'omicidio, era consapevole dei rischi che stava correndo. E scriveva: "vedo scuro nel mio futuro". Il suo coraggio nell'accettare la possibilità della morte non va però confuso con un'aspirazione a morire. Era innamorato della vita, come tutti coloro che vivono senza risparmio". 

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