Psicologia della notizia

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Stalking: quegli uomini che "amano troppo"

Gli stalker, come dei seducenti amanti, non possono fare a meno di riempire di gentilezze l’oggetto delle loro attenzioni, forse per proteggersi da un intenso senso di solitudine e da un profondo vuoto personale

(foto archivio)

Chi di noi (donne) non ha mai sognato un uomo romantico, abile nel corteggiare come forse solo sui libri abbiamo letto o semplicemente ascoltato nelle storie del Don Giovanni?! Chi di noi non ha mai amato le sorprese tenere, i regali inattesi, gli strabilianti mazzi di fiori depositati sotto casa da un anonimo fattorino?! E ogni volta ci son sembrati sempre pochi…e spesso ne avremmo voluti sempre di più…

Ma ci sono casi in cui, quando divengono realmente di più, queste “forme di amore” e questi “segni di attenzione” rischiano di trasformarsi in vere e proprie forme di persecuzione in grado di limitare la libertà di una persona e di violare la sua privacy. E non passa giorno in cui non si senta di donne perseguitate, maltrattate, sfregiate, uccise.

Così accade che dietro l’immagine di quell’uomo ideale si celi quella di colui che di idealizzato ha esclusivamente la “sua” donna. La sua malattia diventa quella dell’attrazione fatale e il suo volto quello del molestatore assillante.

Nell’immaginario collettivo il profilo del cosiddetto “stalker” sembra identificarsi con quella di un individuo con gravi problemi mentali, un deviato, un tossicodipendente, un emarginato sociale. E invece niente di tutto questo. Lo stalker è spesso un uomo sotto i 45 anni, di solito con legami intimi con la vittima, dove l’uso di sostanze, sebbene talvolta sia presente, non è indispensabile per riconoscerne il profilo caratteristico. Di solito è un conoscente, un collega, spesso un ex-partner che agisce per deliberato desiderio di vendetta oppure per convincere la vittima a recuperare un rapporto.

Gli stalker, come dei seducenti amanti, non possono fare a meno di riempire di gentilezze l’oggetto delle loro attenzioni, forse per proteggersi da un intenso senso di solitudine e da un profondo vuoto personale. Qualunque sia la genesi di tale delirio, è comunque l'irragionevole reazione all'abbandono o al rifiuto ad accomunare storie balorde di individui morbosi. 

I loro progetti seguono cliché standard: scrivono alle vittime valanghe di lettere o e-mail, le bombardano di telefonate, poi le seguono fin sotto casa, talvolta fanno irruzione nel loro luogo di lavoro, in altri casi le sottopongono a piccoli e grandi atti col solo obiettivo di colpirne l'immaginazione, attirarne l'attenzione e creare un filo, magari virtuale, con qualcuno che possa così riempire il vuoto di senso della loro esistenza (fonte Repubblica.it).

È difficile poter delineare un quadro clinico standard e preciso degli stalker per cui dovremmo ascoltare le donne o più precisamente incitarle a parlarne, perché sono loro le uniche che possono farci strada nel difficile percorso che dovrebbe portarci a catalogare, spiegare, capire e affrontare un disagio sempre più diffuso. 

L’esistenza e la “misura” di un comportamento deviato riesce a darla solamente la vittima ed è il suo malessere in relazione al persecutore che rivela l'entità della patologia dello stalker. Basterebbe “semplicemente” (spesso) rompere il silenzio e trovare il coraggio di denunciare. Perché lo stalking non si può combattere solo con le leggi… 

Dott.ssa Florinda Bruccoleri 
Psicologa, Psicoterapeuta analista transazionale,
Psicooncologa ed esperta in psicologia forense.
Sito web: www.florindabruccoleri.it

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Specialista in Psico-oncologia, ho lavorato nel reparto di Oncologia dell'ospedale di Agrigento. Ho seguito poi un percorso di perfezionamento in Psicologia Forense, soprattutto nell'ambito della valutazione del danno psichico nei contesti di risarcimento danni. Ad oggi svolgo la mia attività ad Agrigento e provincia come Psicologa-Psicoterapeuta-Analista Transazionale. Sono stata da sempre una appassionata di scrittura e in questa rubrica voglio cogliere il binomio ed il legame tra cronaca e psicologia.

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