Psicologia della Notizia

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A cura di Florinda Bruccoleri

Una vita "precaria"

La precarietà lavorativa sta annichilendo una generazione intera e sicuramente ognuno di noi ha sperimentato direttamente o indirettamente gli effetti di tale condizione

È da poco trascorso il Primo maggio, la festa dei lavoratori sul calendario, dei senza lavoro nella realtà. Tante manifestazioni, diverse indignazioni, proteste, lamentele e disagi di chi ormai non riconosce più un valore a questa data, per forza di cose.

Si è sempre detto che “il lavoro nobilita l’uomo”. Ma quando nel 2014 si parla spesso e largamente di disoccupazione, di esodati, di part-time, cococo, cocopro, determinati, a progetto, interinali, a cottimo e qualsiasi altra definizione si voglia usare, pensate che ci si possa lo stesso sentire nobilitati?

La precarietà lavorativa sta annichilendo una generazione intera e sicuramente ognuno di noi ha sperimentato direttamente o indirettamente gli effetti di tale condizione. Si vive alla giornata, con uno stipendio che (nei casi più fortunati) non arriva ai mille euro e con la speranza di un futuro migliore, che si dissolve di giorno in giorno, di Governo in Governo.

Il non poter contare su un lavoro stabile o più semplicemente su un lavoro blocca la progettualità, spegne la speranza sul futuro e si trascina con sé conseguenze negative sia per la persona in sé che per le sue relazioni familiari e sociali. E così la crisi economica si tramuta anche in crisi psicologica e gli Italiani, scoraggiati, sembrano spesso arrendersi.

Dalle ricerche esistenti emerge come la precarietà lavorativa, quando non è frutto di una libera scelta, comporta un costo piuttosto alto da pagare sul piano psicologico: i lavoratori precari possono presentare delle condizioni di salute fisica e psicologica peggiori rispetto ai lavoratori con una situazione professionale più stabile. L'incertezza sul proprio futuro, l'assenza di tutele riguardanti la malattia, la maternità e gli infortuni, la retribuzione spesso scarsa, la difficoltà a reggere continui cambiamenti di lavoro sono fattori che influiscono in modo significativo sulla qualità della vita e sul benessere psicologico. Inoltre ansia, paura del futuro, depressione, rabbia, mancanza di autostima e senso di fallimento personale sono sensazioni molto comuni fra i lavoratori atipici. Per non parlare anche dello sviluppo di sintomatologie fisiche quali tachicardia, insonnia, tensione, dolori articolari, mal di testa sono infatti i primi sintomi (fonte: web).

Questa condizione di incertezza lavorativa non permette di acquisire quel senso di sicurezza che muove l’individuo verso l’esplorazione e la progettualità: una persona che ha una condizione lavorativa precaria potrà difficilmente trovare una motivazione forte volta a potersi creare un futuro in diversi ambiti della sua esistenza, compresa quella relazionale. 

Diventa così difficile, soprattutto per i giovani, poter pensare di metter su casa, di andare a vivere da soli, pensare al matrimonio o ad una convivenza con il partner, sognare di poter mettere su famiglia, avere dei figli, gestire le spese quotidiane per i beni di prima necessità e per il tempo libero, etc. Col rischio (e la beffa) di rientrare ingiustamente nella cerchia di chi li definisce “bamboccioni, sfigati e fannulloni”.

E se non si è più giovani, ma si ha sulle spalle una famiglia…le riflessioni nascono da sole, triplicandosi…

Dott.ssa Florinda Bruccoleri
Psicologa, Psicoterapeuta analista transazionale,
Psicooncologa ed esperta in psicologia forense.
Sito web: www.florindabruccoleri.it

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