Psicologia della notizia

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La persona al centro

Stiamo assistendo ultimamente ad una crescita e ad uno sviluppo di proposte di legge, di progetti, di iniziative, di raccolta firme in favore dello psicologo di base, dello psicologo nelle farmacie, dello psicologo all’interno di strutture ospedaliere. Questo pare avere come obiettivo principale la necessità di diffondere ancor più una cultura psicologica

Stiamo assistendo ultimamente ad una crescita e ad uno sviluppo di proposte di legge, di progetti, di iniziative, di raccolta firme in favore dello psicologo di base, dello psicologo nelle farmacie, dello psicologo all’interno di strutture ospedaliere. Questo pare avere come obiettivo principale (al di là di un incremento a livello prettamente lavorativo) la necessità di diffondere ancor più una cultura psicologica che fa ancora fatica ad affermarsi, di avvicinare questa figura ancora così “ambigua” a quei luoghi invece così familiari per la maggior parte della gente quali gli studi medici, le farmacie, gli ospedali.

Questi luoghi sono spesso visti, nell'immaginario collettivo, come luoghi dove “riparare” un danno organico, un malessere fisico, quel corpo che soffre e che pertanto necessita di un approccio immediato, concreto. E si tralascia spesso così quell’aspetto importante di integrazione, quella inscindibile unità tra la componente fisica e quella psichica, senza la quale qualsiasi intervento in ambito sanitario che non tenga conto di entrambi gli aspetti risulterebbe carente.

Ecco perchè dietro queste iniziative ancora poco affermate nella maggior parte delle nostre regioni si sente la necessità, il bisogno di abbandonare la concezione della persona malata come un "oggetto" da curare per poter favorire invece una visione globale e multiprofessionale, dove l’aspetto primario da tenere in considerazione è la relazione, che spesso può essere definita anch’essa una forma di cura. 

Dover fare i conti con una malattia presuppone sempre un coinvolgimento totale della persona, in ogni suo aspetto: fisico, emozionale e relazionale; e questo lo sa bene chi purtroppo si è trovato o si trova a dover affrontare percorsi più o meno lunghi di cura.

È facilmente immaginabile la difficoltà e il disagio di ritrovarsi immersi in un reparto ospedaliero dove l’esperienza principale che si fa è quella di separarsi dal nucleo familiare, di doversi adeguare a nuovi ritmi istituzionali, di dover temporaneamente e parzialmente rinunciare alla propria privacy, a dover dipendere inevitabilmente dagli altri con la conseguenza di perdere la propria autonomia personale. A questo disagio si deve aggiungere la componente emotiva associata alla reazione assolutamente soggettiva alla specifica patologia diagnosticata che spesso rappresenta, sul piano soggettivo, un'interruzione significativa e determinante del ciclo vitale e che investe, di conseguenza, la sfera psicologica.

Ecco, dunque, che la possibilità di poter “godere” di un intervento psicologico può favorire quel processo di accettazione, adattamento e reazione alla patologia favorendo non solo la possibilità che la persona, attraverso un adeguato e funzionale sostegno, diventi parte attiva del suo percorso di cura ma alleviando altresì quelle sofferenze emotive che si estendono inevitabilmente ai familiari e per certi versi anche agli operatori sanitari specialmente in quelli che quotidianamente sono esposti a situazioni/limite (di dolore, di stress, di impotenza, di morte).

Tutto questo può contribuire a migliorare i risultati a lungo termine del trattamento e la qualità complessiva della vita del paziente divenendo anche un vantaggio per l’intera organizzazione sanitaria e dando afficienza agli stessi piani terapeutici ed assistenziali. Pertanto, ‘pazienti’ meno angosciati e psicologicamente ‘sostenuti’ nell’impatto con la malattia o con l’intervento clinico sviluppano comportamenti, che migliorano la 'compliance' e quindi l’efficacia delle cure; familiari più adeguatamente informati e più supportati dal punto di vista psicologico partecipano con più adeguatezza al processo di assistenza; operatori sanitari più formati e protetti di fronte ai rischi di stress o di burn out si assentano meno e lavorano meglio. 

È questo l’approccio di cui si parla tanto ultimamente e che dovrebbe essere seguito in maniera assoluta: la persona al centro, l’umanizzazione delle cure. Tutto il resto verrà da sè.

(Nel presente articolo sono presenti informazioni tratte da articoli di Paolo Bozzaro e Liliana Matteucci)

Dott.ssa Florinda Bruccoleri
Psicologa, Psicoterapeuta analista transazionale,
Psiconcologa ed esperta in psicologia forense.
Sito web: www.florindabruccoleri.it

Psicologia della Notizia

Specialista in Psico-oncologia, ho lavorato nel reparto di Oncologia dell'ospedale di Agrigento. Ho seguito poi un percorso di perfezionamento in Psicologia Forense, soprattutto nell'ambito della valutazione del danno psichico nei contesti di risarcimento danni. Ad oggi svolgo la mia attività ad Agrigento e provincia come Psicologa-Psicoterapeuta-Analista Transazionale. Sono stata da sempre una appassionata di scrittura e in questa rubrica voglio cogliere il binomio ed il legame tra cronaca e psicologia.

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