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Il mio amico immaginario

Il post di oggi trae spunto dalla apprensione/curiosità di una coppia di genitori che mi hanno chiesto informazioni e spiegazioni in merito all’amico immaginario del figlio di sette anni. Mi spiegano che spesso lo sentono parlare da solo, voltarsi come se ci fosse qualcuno accanto a lui, farsi lunghe chiacchierate e giocare insieme ad un altro “bambino” dal nome strano e buffo. Si mostrano così perplessi su come comportarsi e mi chiedono se questo sia sintomo di qualche aspetto problematico da attenzionare

Il post di oggi trae spunto dalla apprensione/curiosità di una coppia di genitori che mi hanno chiesto informazioni e spiegazioni in merito all’amico immaginario del figlio di sette anni. Mi spiegano che spesso lo sentono parlare da solo, voltarsi come se ci fosse qualcuno accanto a lui, farsi lunghe chiacchierate e giocare insieme ad un altro “bambino” dal nome strano e buffo. Si mostrano così perplessi su come comportarsi e mi chiedono se questo sia sintomo di qualche aspetto problematico da attenzionare.

Noi tutti un po’ indistintamente tendiamo a preoccuparci se vediamo qualcuno parlare da solo e tanto più se questi è un bambino. I genitori, infatti, sono portati a chiedersi se magari il proprio figlio così facendo non stia esprimendo un disagio, non stia cercando di costruirsi nella fantasia una realtà migliore di quella che vive, non stia compensando una solitudine, etc. Nulla di tutto questo. Soprattutto se pensiamo che circa il 60% dei bambini di età compresa tra i tre e gli otto anni ha o ha avuto un amico immaginario di cui a volte noi adulti neppure ci accorgiamo.

Ecco, quindi, che questa percentuale così elevata ci fornisce già un primo dato rassicurante sull’argomento. Addirittura pare che a inventarsi un amico immaginario non siano i bambini solitari, ma quelli più positivi, quelli che sono più propensi a relazionarsi con gli altri, quelli ricchi di immaginazione e dotati di un linguaggio più articolato rispetto alla media. Ecco, quindi, che per questi bambini avere un amico invisibile arricchisce la loro vita, li aiuta a crescere e li rende più capaci di socializzare.

Perché, allora, la necessità di avere “accanto” un amico immaginario? I motivi sono molto diversi e svariati da bambino a bambino. Per alcuni si tratta di un semplice compagno di giochi, per altri di un sostegno nei momenti difficili, per altri di un confidente, per altri ancora di un alter-ego cioè una figura complementare a se stessi su cui proiettare desideri, paure, preoccupazioni, capricci. Attraverso il dialogo con il loro compagno i bambini possono dire cose o esprimere emozioni e stati d’animo che non esprimerebbero verbalmente ai genitori o agli adulti in genere.

Quindi, se ci pensiamo bene, poter osservare il nostro bambino che dialoga, gioca, litiga col suo amichetto invisibile potrebbe rappresentare una sorta di finestra sul mondo interiore del piccolo ed aiutarci a capire cose che direttamente non sapremmo con facilità. Ma di fronte ad un figlio che “parla da solo” i genitori come devono comportarsi? Innanzitutto, importantissimo è non prendere in giro il bambino, non deriderlo, non rimproverargli che è tutto una finzione, ma stare un po’ al gioco senza dall’altro lato eccedere con l’accoglienza di questo nuovo “membro” della famiglia.

E poi osservarlo e anche dialogare con lui per capire se eventualmente può esserci in quel periodo qualcosa che lo preoccupa particolarmente. Ogni bambino sa perfettamente che quell’amico invisibile non è reale e ne comprende la fragilità. Ecco perché spesso preferisce non coinvolgere gli adulti, la cui intrusione rischierebbe di limitare il suo gioco. L’amico immaginario svanirà nel nulla, da solo, senza il bisogno di rivolgersi allo psicologo. Ma c’è un momento in cui bisogna preoccuparsi?

Sicuramente nel momento in cui all’età di 11 anni circa il bambino non ha ancora perso l’abitudine di parlare col suo amico invisibile e soprattutto quando il bambino appare talmente coinvolto nella relazione con lui da rinunciare alla socializzazione reale. O quando appare evidente che non riesce più a fare una distinzione tra realtà e fantasia. In questo caso può servire l’aiuto di uno psicologo.

Dott.ssa Florinda Bruccoleri
Psicologa, Psicoterapeuta analista transazionale,
Psiconcologa ed esperta in psicologia forense.
Sito web: www.florindabruccoleri.it

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