Psicologia della Notizia

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A cura di Florinda Bruccoleri

Quando separarsi non è un trauma

Difficilmente si pensa diversamente, andando al di là di questi luoghi comuni. Ma davvero le conseguenze di una separazione sono sempre devastanti? Quanto è vero che i figli di genitori divorziati crescono peggio di quelli appartenenti ad una famiglia unita?

Il 26 maggio scorso sono state varate nuove norme in merito alla questione divorzi e separazioni. Infatti da questa data in poi è diventato più semplice dirsi addio grazie alle nuove leggi che abbreviano i tempi: sei mesi se si decide per una separazione consensuale o un anno al massimo se si sceglie di ricorrere al giudice. Quando si parla di divorzi e separazioni la prima cosa che solitamente viene in mente è l’immagine di una famiglia frantumata, di figli disorientati, di madri sole e disperate che cercano di ricomporre quell’equilibrio spezzato, di padri assenti o irresponsabili.

Difficilmente si pensa diversamente, andando al di là di questi luoghi comuni. Ma davvero le conseguenze di una separazione sono sempre devastanti? Quanto è vero che i figli di genitori divorziati crescono peggio di quelli appartenenti ad una famiglia unita? Ovvio, il divorzio resta per tutti un’esperienza dolorosa, ma non è detto che il seguito sia un disastro. 

Naturalmente si dovranno fare i conti con nuove situazioni, con equilibri diversi, con un disorientamento generale, ma la famiglia in sé non muore. Si trasforma. Spesso si è portati a pensare che la rottura del rapporto fra i genitori sia psicologicamente devastante per i figli. Questo è vero, ma non del tutto indiscutibile. Se pensiamo a molto tempo fa quando il legame matrimoniale era qualcosa di indissolubile, molti bambini vivevano con genitori che si detestavano, in un clima di odio: queste sì che erano situazioni veramente drammatiche e senza via d’uscita.

Questo non significa che passare da una famiglia “unita” ad una “separata” avvenga senza traumi. E’ solo che oggi le nuove leggi sull’affido condiviso hanno introdotto il tema della “bigenitorialità”. Non più ore, giorni, weekend prestabiliti nei quali poter stare col bambino; non più un solo genitore a decidere e assumersi le responsabilità delle scelte più importanti nella vita dei figli. 

L’interesse è stato rivolto non sul costringere i genitori ad andare d’accordo, ma sul far seguire loro comportamenti civili nell’interesse morale e materiale dei figli. Madre e padre possono lasciarsi, divorziare e spesso anche risposarsi, ma restano entrambi genitori dei propri figli. O almeno così si spera che sia.

In generale accade che il 90% dei minori in caso di genitori separati vive con la madre. Di questi il 60% vede il padre meno di una volta al mese, mentre circa il 20% non lo vede più del tutto. Indiscutibile, in questo caso, la sofferenza dovuta all’assenza se non addirittura all’abbandono; ma una madre (non senza difficoltà ovviamente) può avere la capacità di rappresentare l’autorità paterna. Le madri possono, anzi devono, mantenere in vita la figura del padre aiutando il bambino nella costruzione di un padre simbolico.

Di contro, esistono molti uomini che imparano ad essere padri solo dopo la separazione, quando si ritrovano a tu per tu con i figli. E allora, magari, riscoprono con gioia e in maniera meno scontata questo loro ruolo. Ecco che allora possiamo un po’ allargare la nostra visione d’insieme sui “divorzi distruttivi”, prenderci una pausa di riflessione e pensando che sia i genitori che i figli possono trarre dei benefici da una separazione, non per forza degli svantaggi.

Si tratta solo di andare un po’ al di là dei classici luoghi comuni. 

Dott.ssa Florinda Bruccoleri
Psicologa, Psicoterapeuta analista transazionale,
Psicooncologa ed esperta in psicologia forense.
Sito web: www.florindabruccoleri.it

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