La mala taliata: sangue e onore a Girgenti

Andavano adesso applicate le "novelle disposizioni" e puniva il tentato omicidio comminando al responsabile quindici anni di lavori forzati, l'interdizione dai pubblici uffici e alle spese. Ma il delinquente era ormai latitante da tempo

Suo padre, buon’anima, glielo ripeteva sempre, fino a “stonargli” la testa: ”calati juncu quannu passa u patruni”, abbassati, come una canna piegata dal vento, quando vedi passare un signore, un Voscenza. Ma Antonino era troppo orgoglioso e certe volte, specie da ragazzo, rispetto per i Voscenza del suo paese, di Girgenti (oggi Agrigento), non ne aveva proprio. E quindi suo padre tante volte aveva dovuto fargliela piegare a colpi di verga quella testa. Poi, crescendo, Antonino aveva messo giudizio. Ma sempre malvolentieri.

Finalmente, aveva sentito dire che una nuova legge cambiava la vecchia e cioè che, da quando Garibaldi aveva liberato la Sicilia dai “surci” (i borbonici), anche i contadini come lui potevano stare a testa alta dinanzi ai borghesi e ai signori. Sì perché le leggi  dei piemontesi,  quelle nuove leggi del Nord,    stabilivano ora che il bracciante era uguale al barone. Così dicevano nel suo paese, e Antonino ci credeva, anche se i vecchi con cui parlava, quando sentivano quei discorsi,  gli spigavano che era una favola e che “munnu è e munnu a’ statu”, cioè nulla di nuovo c’era e ci sarebbe mai stato sotto il sole di Girgenti.
 

Quel sedici di agosto del 1864 il sole a Girgenti picchiava duro, ma Antonino era come ogni giorno al lavoro. La sentenza della Corte di Assise di Girgenti   (Archivio di Stato di Agrigento, sentenza n.72, inventario 10, fascicolo 3) ci dice che Antonino Caruso “trovavasi nel suo letamajo a caricare concime sul suo asino”. Sembrava, dunque, una giornata come le altre. Ma ad un certo punto, passava di là  su una giumenta un borghese   e Antonino alzò verso quello la testa, fissandolo ben oltre ciò che suo padre gli aveva sempre raccomandato. Mentre stava così ritto e altero,  con quella sua “mala taliata”, Antonino pensava a quella nuova legge, a Garibaldi e, nonostante quel sole cocente quasi di fronte, la testa stavolta non la voleva piegare, né tanto meno si scappellò o si prese cura di salutare con reverenza,  come aveva dovuto fare tante altre volte,  con le solite parole di circostanza: “Voscenza benedica”.

Antonino s’infastidì perché quel borghese sfrontatamente anche lui rispondeva  alla sua “mala taliata” fissandolo altrettanto sinistramente. E pertanto, Antonino passando  all’attacco,  rivolto all’uomo sulla giumenta “ in vederlo in quell’atteggiamento, dissegli: “perché mi guardi ? “ (così riporta il testo del dibattimento in tribunale). E il borghese, molto sorpreso per quel fare così sfrontato, rispose: “forse guardarti non posso ?  Cala  tu piuttosto la testa . Latru, curnutu e galiotu”.

Ad Antonino il sangue arrivò alla testa e rispose senza paura: “Veni cà, nun ti temu cu tutta la to pistola” (Scendi giù dal cavallo, perché non temo né te, né la tua pistola) . A tali parole ( precisa la sentenza) “il giudicabile (il borghese) sceso da cavallo, avvicinossi ad Antonino Caruso, gli scaricò un colpo di pistola  e subito dopo gli gridò:  ora và mori”, e si allontanò, credendolo senza dubbio morto.

Antonino pur gravemente ferito riuscì invece a farcela. Venne trovato ancora in vita e fu miracolosamente salvato dalle cure mediche. La Corte di Assise di Girgenti  esaminato il caso  ritenne di “doversi fare il confronto tra la antica legge e la novella”. Cioè dovette considerare che l’antica consuetudine prima dell’Unità d’Italia voleva che il contadino sottomesso dovesse calare la testa quando s’incontrava con persona di ceto sociale superiore. Ma andavano adesso applicate le “novelle disposizioni” e puniva il tentato omicidio comminando al responsabile quindici anni di lavori forzati, l’interdizione dai pubblici uffici e alle spese. Ma il delinquente era ormai latitante da tempo.

Elio Di Bella  (Agrigentoierieoggi)

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