Martedì, 18 Maggio 2021

Morire di lavoro a Girgenti

Quattro “infelici ragazzi" ( il più piccolo di anni nove e il più grande di anni 13) rimasti tra le macerie e soffocati dal gas, morivano, insieme ad un giovane di 23 anni

“Il 4 luglio 1916  verso le ore 13 e trenta, mentre gli operai – in numero di oltre cinquecento – delle due miniere di Cozzo Disi e Serralonga di Casteltermini lavoravano si udì un primo formidabile boato con un violento colpo d’aria, contemporaneo sviluppo di idrogeno solforato (agro) e di grisou (antinomio) il quale a contatto delle lampade a fiamma libera degli operai diede luogo a ripetute esplosioni. Gli operai che lavoravano al primo e al terzo livello della Cozzo Disi, spaventati fuggirono; molti di essi riuscirono a mettersi in salvo per la via di sicurezza e gli altri che presero vie diverse vennero fuori per lo più ustionati dal grisou. Gli operai che lavoravano nella sezione Giambrone, in numero di 66 perirono, com’è da ritenere, per ustioni, per asfissia, per avvelenamento prodotto dall’idrogeno solforato e per traumi. Gli operai che, in numero di ventitré, lavoravano nella vicinante e comunicante miniera di Serralunga, al primo fragore della Cozzo Disi, fuggirono pel piano inclinato e percorsi appena 90 metri incontrarono il grisou dal quale furono investiti. In  tutto le vittime furono 89 e 34 i feriti “ . 


Ecco una breve descrizione della più grande tragedia mineraria mai accaduta in Italia. E’ avvenuta nel cuore della provincia agrigentina: nell’inferno delle miniere di Casteltermini. Una strage dimenticata. Non pagò nessuno. Fu un evento naturale, dissero gli esperti. 
Mezzo secolo prima, il 23 marzo 1872, solo per un miracolo molti zolfatari si salvarono dall’incendio nella miniera di Santa Rosalia a Favara. Ma alla fine si contarono comunque nove cadaveri. Il più vecchio aveva 40 anni, il più giovane era un “carusu” di nove anni. Sei mesi dopo, il 9 settembre, la miniera veniva riaperta. Un anno dopo il Sindaco  di Favara scriveva al Prefetto di Girgenti che nella stessa miniera  “uno scoscendimento faceva crollare le gallerie e produceva uno sconvolgimento del terreno soprastante. La caduta di tanto materiale produceva una esalazione degli acidi solforici”. Quattro “infelici ragazzi “ ( il più piccolo di anni nove e il più grande di anni 13) rimasti tra le macerie e soffocati dal gas, morivano, insieme ad un giovane di 23 anni. La miniera maledetta continuò a sputare zolfo e  sangue anche anni dopo.


Il 14 marzo 1905 come ogni giorno una squadra di operai lavorava a Licata dentro un grande magazzino, nel porto. Si scaricava e si sistemava lo zolfo appena arrivato con il treno merci e che bisognava preparare per imbarco. A faticare in magazzino c’erano Vecchio Domenico, Cacciatore Salvatore, De Vita Filippo, Todaro Giuseppe, Vecchio Angelo, Licata Giovanni, La Perna Angelo, Casentino Mariano, Santamaria Salvatore, Villari Giacomo, Armenio Rosario, Cellula Benedetto, Iacolino Paolo, Mule Vincenzo, Vecchio Francesco, Lo Vasco Calogero, Vecchio Salvatore, Dainotti Gaspare. Improvvisamente mezzo magazzino crollò addosso a quei poveri sventurati. In diciassette morirono su colpo, gli ultimi tre della lista rimasero feriti. Era accaduto che da tempo si andavano  adagiando addosso ad una parete esterna di quello stabile una gran quantità di pietre, sabbia e zolfo che non trovava posto dentro il magazzino. La pressione del materiale su quelle pareti evidentemente raggiunse il culmine e pertanto la parete cedette e il crollo fu inevitabile. Per gli operai licatesi non ci fu scampo. Ma questa volta qualcuno pagò. Il 17 aprile 1906 si celebrò il processo. I giudici del tribunale penale di Girgenti non ebbero dubbi e condannarono  tre agrigentini rappresentanti della ditta palermitana che gestiva l’attività  per imprudenza, negligenza ed imperizia (Archivio di Stato di Agrigento, sentenza penale n. 329 del 17 aprile 1906, inventario 9 fascicolo 25).


Ancora a Licata, il 13 aprile 1925, quattro operai non tornarono a casa. La sentenza n.123 del 25 marzo 1926 (A.S.A. inv 9 fasc. 63) ci descrive le loro ultime ore. Di buon mattino gli operai Peritore Gaetano, Sapio Vincenzo, Cellura Giuseppe e Vitali Vincenzo erano andati ad espurgare un pozzo sito in una segheria in via Giarretta a Licata. Il pozzo conteneva le acque che servivano al raffreddamento del motore della segatrice. Dopo aver tirato la maggior parte dell’acqua con una pompa, Sapio e Cellura si calarono dentro il pozzo per pulire il fondo dove si era depositata molta fanghiglia.  Improvvisamente i due cominciarono a chiedere aiuto e poi quelle grida si spensero. L’operaio Peritore capì che i suoi amici si trovavano in pericolo allora decise di scendere per soccorli, ma mentre si calava dentro il pozzo per i gradini della scaletta, precipitò anche lui non diede più segni di vita. Altri operai che stavamo sopra e seguivano quei lavori, dopo quest’altra disgrazia andarono a chiamare soccorso. Giunse l’ingegnere Antonio Re, ci dice la sentenza, che subito intuì che si trattava di morte per asfissia e proibì a chiunque di calarsi nel pozzo. Dalle perizie del tribunale si accertò che “ i gas asfissianti che causarono la morte degli operai si produssero nei pozzi neri delle case di privati esistenti in prossimità della segheria e trasportati dalla corrente d’aria del sottosuolo si raggrupparono formando una fossa che si arrestò sotto la fanghiglia del pozzo che formava uno stato impenetrabile al gas”. La mala sorte volle che quando Sapio e Cellura rimossero la fanghiglia, i gas trovarono modo di uscire e di invadere il pozzo asfissiando prima i due malcapitati e poi anche il loro compagno Peritore. La sentenza ricorda che questo fu il primo caso che si ricordi a Licata  di operai morti mentre espurgavano un pozzo. Il proprietario della segheria fu assolto.

Elio Di Bella 

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