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La Sea Watch si difende: "Forzato il blocco per stato di necessità"

La portavoce della Ong ribadisce che il comandante, oggi agli arresti, aveva inoltrato formali richieste prima di attraccare forzando il blocco

 

L'attracco al porto di Lampedusa della "Sea watch 3" è stata una scelta obbligata, arrivata dopo le formali richieste del caso che però sarebbero state ignorate. L'Ong si difende dalle accuse che oggi pendono sul capo del comandante Carola Rackete confermando la totale correttezza del proprio aperato.

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L'attracco sarebbe arrivato infatti dopo "l'affermazione dello stato di necessità - dice la portavoce Giorgia Linardi - comunicato 36 ore prima dell'obbligato ingresso in porto, così come tutte le richieste di indicazione di un porto sicuro nei 17 giorni che l'hanno vista (il comandante Rackete ndr) responsabile delle vite dei naufraghi a bordo e dell'equipaggio".

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Sul tema dell'immigrazione e, soprattutto, dell'area di salvataggio in mare dei migranti secondo la portavoce la situazione in Italia si starebbe "imbarbarendo".  "Ci attendevamo della resistenza - ammette - ma non immaginavamo fino a questo punto".

Nel parlare di Rackete la portavoce la sostiene di averla vista provata (anche se non ha potuto ovviamente incontrarla, dato che il comandante è agli arresti) anche se questa avrebbe mandato attraverso i legali un messaggio in cui diceva di stare bene e di rimanere tranquilli.

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"Quella che si sta combattendo - continua Linardi - è una battaglia molto importante per affermare il principio della necessità di difendere l'azione umanitaria, che non può essere criminalizzato". In particolare la portavoce sottolinea come l'accesso in porto non avrebbe costituito un reale rischio e non rinuncia a rimarcare il fatto che non si sia provveduto ad impedire che le persone presenti sulla banchina inveissero contro Rackete e l'equipaggio. "Quantomeno - dice - gradiremmo che l'ordine pubblico sia garantito in modo egualitario".

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