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Il ricordo di Livatino, Falcone: "Ogni anno momento doloroso per chi lo ha conosciuto"

"In 12 anni ci ha continuato a parlare con il suo esempio, non con le interviste"

 

L'esempio e la figura di Rosario Livatino, ad un giorno dai 18 anni della morte, sono stati questa mattina al centro dell'incontro svoltosi presso il cortile centrale dell'Accademia di Belle arti di Agrigento e promosso dal Comune.  Un'occasione importante per ricordare il giudice canicattinese, tracciandone un quadro spesso molto personale del modo di lavorare e pensare, ma anche un momento per parlare alle giovani generazioni. 

"Credo che oggi - è il commento del sindaco Lillo Firetto - si sia rinnovata la sensibilità e sia migliorato il rapporto tra l’impegno civile di Livatino e il suo territorio. Sono stati fatti tantissimi passi avanti nella lotta alla mafia, lo Stato si è attrezzato in maniera più efficace, e il valore di uomini come Livatino che hanno combattuto con carenza di mezzi, quasi 'a mani nude' viene sovente valorizzato. Credo, inoltre, che il processo di beatificazione oggi in corso risalti le virtù umane di quest’uomo, che era siciliano come tanti giudici uccisi dalla mafia".

"L’omicidio Livatino - spiega invece Salvatore Cardinale, che di Livatino fu collega - si consumò in un periodo in cui lo Stato era sulla difensiva e subiva gli attacchi della mafia e delle organizzazioni a delinquere. Oggi finalmente reagisce e ha creato gli strumenti idonei per raggiungere dei risultati. Siamo passati dai processi in cui la soluzione finale era l’assoluzione per assenze di prove ai nuovi processi in cui si arriva a sentenze che hanno confermato e affermato l’esistenza della mafia e la responsabilità degli accusati".

"Siamo qui per rendere omaggio alla memoria di Livatino ogni anno - spiega invece Pietro Maria Falcone, presidente del Tribunale di Agrigento -. Per chi come me l’ha conosciuto è un dolore che si rinnova nel tempo ma è necessario per tramandare i suoi valori e la sua testimonianza di vita".

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"Livatino - dice invece padre Giuseppe Livatino, postulatore della causa di beatificazione del giudice - ebbe una grande intuizione investigativa in tempi in un cui non esisteva lo strumento della confisca dei beni, perché aveva capito che la lotta al crimine organizzato si compiva soprattutto colpendone il potere economico. E’ bello che in 12 anni lui abbia continuato a parlare non con le parole che ci ha lasciato con interviste o altro, ma con il suo lavoro quotidiano realizzato con grande dovizia di particolari e grande impegno".

Il postulatore della causa di beatificazione del giudice, inoltre, ha raccontato un momento molto personale della famiglia Livatino. Come prova della riservatezza con cui questi proteggeva il proprio lavoro, nemmeno i genitori del giudice erano a conoscenza del potenziale pericolo connesso alla propria attività giudicante. "Me lo confidò il papà pochi mesi prima della morte nel maggio 2010 - continua don Giuseppe - . Mi disse: 'se avessimo saputo i pericoli  che correva avrei preso un pezzo di carta e una penna e gli avrei imposto di firmare le proprie dimissioni'. Si fermò subito, però, dicendomi in siciliano che comunque non lo avrebbe fatto, perché sapeva che Rosario Livatino sapeva distinguere la venerazione per i genitori dalla sacralità del proprio ruolo di giudice".

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