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Sulla Dea di Morgantina

Illustrissimo direttore. Da umile studioso di storia dell'arte e appassionato di vicende umane, le invio questa lettera che è scaturita irrefrenabilmente in seguito ad una visita da me compiuta presso il Museo Archeologico di Aidone in provincia di Enna. Un viaggio che aveva lo scopo principale di sciogliere un dubbio che da qualche tempo mi attanagliava. Veniamo però con ordine. In questo museo sono custoditi i reperti provenienti dal sito dell'antica Morgantina e, in particolare, qui è conservata la famigerata Dea. Il viaggio da me compiuto aveva un intento preciso, vedere con i miei occhi il grande capolavoro di statuaria antica che così tanti sforzi è costato al Governo italiano per ricondurlo in Patria. Vale la pena ricordare i fatti e le vicende di questo reperto che parla siciliano, e che valicando l'oceano giunse illegalmente in California nelle sale del Paul Getty Museum di Malibù. Dunque, stando ai fatti più o meno accertati, pare che la statua fosse stata trafugata nel territorio dell'antica Morgantina da una squadra di tombaroli nel 1978, e da questi venduta a tale Orazio Di Simone, numismatico e commerciante di reperti archeologici originario di Gela. Di Simone la vendette successivamente, ad uno dei più grandi commercianti di antichità del mondo, Robin Symes, il quale dopo aver creato una falsa genealogia sulla provenienza dell'opera, la vendette al museo statunitense. Il Governo italiano, dopo un'intensa attività diplomatica e attraverso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali riuscì a trovare, nel 2007, un accordo con il museo californiano al fine di riottenerne la restituzione che avvenne, finalmente, nel marzo del 2011. Bisogna innanzitutto dire che la Dea, oggi meglio nota come Venere o Afrodite di Morgantina - nonostante priva degli attributi che ne dovrebbero caratterizzare l'iconografia - è una scultura pseudo-acrolitica, ovvero realizzata in pietra contrapposta ad alcune parti anatomiche in marmo. E per quanto riguarda lo scrivente, illustrissimo direttore, la statua è un assemblaggio, insomma una falsa ricostruzione operata con elementi sì antichi, ma di opere diverse e se avrà la pazienza di leggere le spiegherò il perché.

Realizzata verosimilmente nell'ultimo venticinquennio del V secolo a.C., il corpo è scolpito nel calcare proveniente dalle cave dell'altipiano Ibleo, mentre la testa, il braccio e il piede nel marmo pario. Il corpo della Dea, pur nella severa impostazione del corpo, denota un vivo plasticismo nella realizzazione del sottile panneggiato trattato con ricchi effetti di pieghe. La statua pare investita da un vento leggero che ne incolla il chitone al corpo, evidenziando i seni imponenti, facendo risaltare il kòlpos e ondeggiare la stoffa fluente sui fianchi fin dietro i polpacci. Il bellissimo panneggio ci svela le chiarissime origini attiche dello scultore e la sua piena maturità artistica ci è mostrata dalle aderenti trasparenze rese magistralmente anche nella povertà del calcare ibleo. Le parti realizzate in marmo, probabilmente nella docile e pregiata varietà offerta dalle cave di Paros, mostra specialmente nella testa, un profondo addolcimento dei moduli severi. Il collo appare estremamente lungo e la proporzione assolutamente squilibrata della testa rispetto al corpo è ben evidente specialmente nella parte posteriore della statua, nell'imponenza delle spalle rispetto al piano del collo e della nuca., e lo stesso per i piani frontali. Il montaggio della testa è incongruente, ed è difficile pensare che uno scultore di chiara esperienza come quello che ha realizzato il corpo, abbia risolto il problema del montaggio della testa in modo cosi scellerato e approssimativo, mostrando un girocollo "vivo" privo di panneggiato a coprirne la base. Appare invece ben evidente come il torso della statua sia stato modellato dai falsari per alloggiare la base della testa che non può essere pertinente all'opera, anche per le proporzioni del tutto errate. La testa, così come le altre parti anatomiche marmoree, sono con tutta probabilità riferibili a statue acrolitiche, già note nel panorama statuario di Morgantina, come quelle arcaiche presenti nel Museo di Aidone e reimpatriate anch'esse in seguito ad altro procedimento giudiziario. Lo stesso vale per l'avambraccio destro, infilato nel braccio panneggiato della statua senza alcun punto di frattura evidente, e stuccato alla buona accontentando le esigenze scenografiche.

Come sia possibile esporre un indecenza simile e, soprattutto, come possa essere resa scientificamente attendibile un assemblaggio degno degli opifici settecenteschi abili nel generare Frankenstein realizzando opere montando parti di statue di diversa provenienza. Con quale coraggio si può esporre un simile falso rendendolo un reperto scientificamente attendibile dinanzi la comunità internazionale e mostrarlo con orgoglio dinanzi al mondo. Il Paul Getty Museum ebbe la decenza, confermando purtroppo con ritardo le convinzioni del compianto professor Zeri, di rimuovere dal proprio percorso espositivo il noto Kouros arcaico, da egli sempre ritenuto un falso elaborato da un sapiente artista e marmoraro romano e venduto al Museo statunitense da un altro commerciante di antichità siciliano. Noi dovremmo fare altrettanto smontando, seppur dolorosamente, la Dea di Morgantina. Bene sarebbe stato, una volta tornata in Patria, istituire una commissione scientifica capace di affermare con sicurezza la pertinenza di ogni singolo elemento alla stessa opera. Invece, a quanto visto, è stata soltanto confermata l'abilità dei falsari che l'assemblarono, l'ingenuità degli americani che l'acquistarono come opera compiuta e infine del Ministero che la accolse così, pronta e servita, senza sollevare il minimo dubbio nonostante le evidenti discrepanze tra le parti in marmo e il corpo in calcare. Lancio questa provocazione, illustre direttore, per sottolineare l'importanza della serietà scientifica nel nostro Paese, dovendo il suo prestigio proprio grazie all'incomparabile quantità e qualità del nostro patrimonio storico e culturale che non può essere messo in secondo piano sull'onda dell'emotività e del sensazionalismo, seppur legittimo, per il rientro di un'opera così importante, o meglio, volendo ancora un poco polemizzare, frammenti di opere così importanti.

Cordialmente,

Luca Mancinotti

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