Elezioni Agrigento, Arnone: «La città 30 anni indietro»

Il candidato sindaco Peppe Arnone ha voluto commentare il voto, seppure lo spoglio sia ancora in corso, rivolgendo anche una propria riflessione, una sorta di appello rivolto al questore ed al prefetto di Agrigento

Giuseppe Arnone

Il candidato sindaco Peppe Arnone ha voluto commentare il voto, seppure lo spoglio sia ancora in corso, rivolgendo anche una propria riflessione, una sorta di appello rivolto al questore ed al prefetto di Agrigento.

«Oggi parte un treno, ed è il peggiore dei treni possibili. Le prime considerazioni che propongo - dice Arnone - riguardano il risultato elettorale della città e non sono le più importanti. Le considerazioni più importanti sono quelle che riguardano l’appartenenza di Agrigento allo Stato italiano e alle regole e alle leggi contro la mafia e contro la corruzione.

Il risultato elettorale è chiaro: con Firetto stavano tre degli ultimi quattro ex sindaci che hanno devastato la città, Roberto Di Mauro, Aldo Piazza, Marco Zambuto.  Il quarto sindaco, Calogero Sodano, non ha fatto campagna elettorale perché impegnato nelle battute finali del Processo per mafia a suo carico.

Con Firetto stavano tutti i parlamentari del centro destra che hanno governato questa città nell’ultimo quarto di secolo, con l’eccezione di Michele Cimino. Con Firetto stavano dodici dei consiglieri comunali uscenti sotto inchiesta per lo scandalo delle commissioni fasulle. Due terzi della città di Agrigento si ritrova ad esprimere un voto a beneficio delle sette liste per duecentodieci candidati al Consiglio comunale che appoggiano Firetto.

In una città devastata dal malaffare e dalle ruberie non esiste nessun voto d’opinione, di ribellione, di protesta. I tre candidati che potevano interpretare, seppure in modo diverso il voto di protesta e di indignazione, Marcolin, Dalli Cardillo, Arnone, ottengono complessivamente molto meno del 20 percento.

La città dunque ha operato, fotocopiando i vecchi meccanismi del voto democristiano degli anni ’80, una scelta di piena continuità con l’Agrigento della clientela, degli scandali, del malaffare. Da questo punto di vista, il risultato porta Agrigento nuovamente appunto trent’anni indietro».

Poi si rivolge a questore e prefetto.

«Signori qestore e prefetto, oggi è partito il peggiore dei treni. Io non intendo arretrare. A ventidueanni ero nella camera ardente di Pio la Torre, a trenta all’obitorio con Livatino, ho conosciuto e frequentato Paolo Borsellino, i pentiti raccontano che la mia vita in più occasioni è stata vicinissima dall’essere spezzata. Amo la mia Sicilia e non intendo recedere - ha detto l'avvocato agrigentino -. Pur rendendomi conto dei rischi che adesso corro, essendo il maggior ostacolo al sistema di malaffare con collusioni e frequentazioni mafiose che si insedia al Comune di Agrigento, pur rendendomi conto dei rischi che adesso corro perché porrò in essere un’attività continua per costringere Autorità Giudiziarie ad adottare i provvedimenti doverosi, pur rendendomi conto dei rischi che corro perché non intendo stancarmi nel chiedere alla Dda di Palermo di dare corso alle testimonianze e agli atti già acquisiti sulle collusioni del rigassificatore e al Comune di Porto Empedocle (vedi in primis testimonianze di Paolo Ferrara, che vive scortato), chiedo agli organi dello Stato di attenzionare adeguatamente il diritto all’incolumità fisica e alla vita del sottoscritto e del signor Paolo Ferrara, che mi risulta essere estremamente esposto, come adesso lo sono io, in relazione a tutte le situazioni che fanno capo agli interessi mafiosi di Porto Empedocle, agli interessi mafiosi che ruotano attorno al rigassificatore».

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