Il caso del testimone di Geova morto dopo rifiuto a trasfusione, la congregazione: "Ecco come sono andate le cose"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di AgrigentoNotizie

Il paziente Testimone di Geova si è recato in ospedale non appena ha riportato l’infortunio, ovvero venerdì 7 giugno, come confermabile consultando i referti medici. È quindi infondata l’asserzione secondo cui “per sei giorni, nonostante il femore rotto, sarebbe rimasto nella sua abitazione”.

Il paziente desiderava vivamente essere operato; chiedeva solo di non essere sottoposto a emotrasfusioni. È quindi infondata l’asserzione secondo cui avrebbe rifiutato le cure e  l’intervento chirurgico.

Stando al racconto dei familiari (peraltro non tutti Testimoni di Geova), i medici hanno negato al paziente ogni strategia medica alternativa all’emotrasfusione, nonostante esistano consolidate evidenze scientifiche della loro efficacia.

Il paziente ha lasciato la struttura sanitaria non perché non volesse essere curato, ma, stando al racconto dei familiari, perché esasperato per le continue pressioni dei medici secondo cui, a causa del suo rifiuto delle emotrasfusioni, dovesse andarsene.

Sul piano confessionale, i Testimoni di Geova, pur rifiutando le emotrasfusioni, accettano volentieri farmaci e cure mediche, tanto da aver “promosso la sperimentazione, in campo chirurgico e medico, di trattamenti e terapie alternativi alla trasfusione di sangue, ora applicati anche su pazienti che non hanno motivazioni religiose” (L. Berzano e P. Zoccatelli, Identità e identificazione, Il pluralismo religioso nell’entroterra palermitano, Sciascia editore, 2005, p. 162). A conferma dell’efficacia di tali strategie alternative, ogni anno in Italia sono oltre 16.000 i Testimoni di Geova che vengono curati e operati senza trasfusioni dal sangue; solo in Sicilia sono circa 1.300.

Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova

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