Tragedia nel Canale di Sicilia, racconto choc: «Eravamo in 950, c'erano 50 bimbi e 200 donne»

«Siamo partiti da un porto a cinquanta chilometri da Tripoli - ha detto il giovane ricoverato all'ospedale "Cannizzaro" di Catania - ci hanno caricati sul peschereccio e molti migranti sono stati chiusi nella stiva. I trafficanti hanno bloccato i portelloni per non farli uscire»

Un momento delel oeprazioni di ricerca e soccorso

Il testimone, un giovane, uno di quelli riportati sulla terra ferma con gli altri 27 sopravvissuti, ha raccontato che in totale a tentare la traversata erano 950, e tra questi una 50ina erano bambini e circa 200 donne.

E' difficile anche solo da concepire lo scenario dipinto da uno dei sopravvissuti a quella che è stata definita la più grande tragedia del mare.

Sconcertante il dettaglio riferito circa la sistemazione a bordo, ma non del tutto anomalo: molti, quasi un terzo, erano chiusi nella stiva, collocazione che non ha lasciato loro alcuno scampo nel momento in cui l'imbarcazione ha iniziato a inabissarsi, anche perchè i trafficanti avevano serrato i portelloni per non farli uscire.

Una scena impossibile da immaginare, da accettare, e anche da tentare solamente di raccontare. Da parte di chi ha vissuto questo orrore, così come per chi deve darne conto in una cronaca più o meno lucida.

Il destino toccato a donne e bambini è ancora più atroce non perchè più ingiusto, ma perchè, così come accade in questi casi o per chi ha pagato un "biglietto di seconda classe", questo è segnato proprio dal loro ceto, dalla loro condizione sociale, dall'essere più deboli. E in pochi centrimetri (è davvero irrisorio lo spazio loro concesso nelle traversate, tanto da non potersi più muovere una volta stipati), hanno avuto fine le loro vite.

«Siamo partiti da un porto a cinquanta chilometri da Tripoli - ha detto il giovane ricoverato all'ospedale "Cannizzaro" di Catania - ci hanno caricati sul peschereccio e molti migranti sono stati chiusi nella stiva. I trafficanti hanno bloccato i portelloni per non farli uscire».

Secondo il racconto del comandante del mercantile portoghese "King Jacob", che per primo il Centro nazionale di coordinamento della Guardia costiera ha dirottato sul posto, la situazione è giunta al tracollo mentre il natante si avvicina al barcone, a circa 70 miglia dalla costa libica: «Appena ci hanno visto si sono agitati e il barcone si è capovolto. La nave non lo ha urtato, si è rovesciato prima che potessimo avvicinarci e calare le scialuppe», ha detto.

Le ricerche di gente ancora in vita o anche di corpi esanimi sono andate avanti per decine di ore, così come testimoniato dai soccorritori giunti sul posto, ma già in mattinata pare non si sia trovato nessun altro superstite.

E con il calare del buio, con lo stop imposto dalla notte, si susseguono i racconti commossi e commoventi di quanti hanno raccolto l'appello e si sono portati in quel tratto di mare sperando di trovare ancora qualcuno in vita. Un plauso va di certo a quanti si sono spesi e si stanno spendendo per dare una mano. A quanti hanno partecipato questo dramma e i cui stati d'animo trapelano nei resoconti: increduli, speranzosi, sconfortati, pieni di sofferenza e dolore per una fine tanto drammatica, e di certo indelebili.

Solo una speranza: che cinismo, strumentalizzazioni e proclami demagogici lascino il posto alla concretezza, ad azioni risolutive vere.

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