Ravanusa, bastonate e pietrate per un terreno conteso: tre condanne, cade accusa di estorsione

I giudici della prima sezione penale infliggono pene fra i 2 anni e 8 mesi e i 3 anni e 2 mesi ai pastori protagonisti della brutale rappresaglia

Bastonate, pietrate e intimidazioni per convincerli a lasciare un terreno. “Di qua ve ne dovete andare perché dobbiamo pascolare le nostre capre, se non ve ne andate con le buone vi facciamo andare con le legnate”. E in effetti così sarebbe stato perché, alcuni giorni dopo, insieme a un altro pastore rumeno non identificato, ci sarebbe stato un pestaggio violento con bastonate e pietrate in cui le tre presunte vittime - padre e due figli - restarono feriti all’emitorace, al volto, all’addome e al torace mentre uno di loro riportò un trauma cranico: a distanza di sette anni dai fatti, per i tre imputati è stata decisa la condanna.

Si tratta di Giuseppe Favarò, 50 anni, del figlio Antonino, 27 anni, entrambi di Campobello e di Vincenzo Scaccia, 31 anni, di Canicattì. I giudici della prima sezione penale, presieduta da Alfonso Malato, hanno inflitto tre anni di reclusione a Giuseppe Favarò; 3 anni e 2 mesi al figlio Antonino e 2 anni e 8 mesi a Scaccia. L’accusa di estorsione, contestata a tutti gli imputati, è stata riqualificata in violenza privata. Decisa condanna anche per i reati di danneggiamento e lesioni aggravate. All'origine del contrasto la contesa di un terreno di Ravanusa.

Il pubblico ministero Paola Vetro aveva chiesto 7 anni di reclusione per Giuseppe Favarò, 7 anni e un mese per il figlio e 6 anni e 4 mesi per Scaccia. All’udienza precedente, i difensori – gli avvocati Angela Porcello e Giovanni Salvaggio – avevano illustrato le loro arringhe chiedendo l’assoluzione degli imputati. 

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