"Rissa con mattoni e coltello", in due chiedono l'abbreviato: altri due la messa alla prova

Entra nel vivo il processo per direttissima per la scazzottata in strada sedata dai carabinieri

Due imputati chiedono la "messa alla prova", altri due il giudizio abbreviato. Il giudice rinvia al 5 marzo per decidere sulla prima richiesta e procedere con l'eventuale requisitoria per le altre due posizioni. E' entrato nel vivo il processo per direttissima, in corso davanti al giudice Fulvia Veneziano, sul caso della rissa, scoppiata il 29 gennaio, con tanto di mattone e coltello utilizzato dalle due fazioni per tentare di colpirsi a vicenda.

La scazzottata, in pieno centro, a Raffadali, era stata sedata dai carabinieri intervenuti sul posto in pochi minuti, prima che potesse degenerare in qualcosa di più drammatico. Il pubblico ministero Elenia Manno li aveva posti tutti agli arresti domiciliari nell'attesa della convalida. Si tratta di Salvatore Russo, 41 anni; Hussain Muhammad Hanif, 24 anni; Stefano Vecchio, 31 anni e Daniele Militello, 33 anni. Il giudice, in seguito all'udienza di convalida, ha disposto i domiciliari per Russo, che avrebbe tentato pure di usare un coltello, e l'obbligo di firma per gli altri tre. I militari, dopo la segnalazione di una rissa, sono intervenuti e hanno bloccato Militello che - secondo la ricostruzione dell'episodio - aveva appena tentato di lanciare un mattone oltre una recinzione dove si trovavano Russo e Muhammad Hanif.

A trattenerlo sarebbe stato Vecchio. I quattro, che sono stati arrestati per rissa e lesioni, hanno riportato pure delle lievi ferite. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri Russo e Muhammad Hanif si sarebbero scontrati con gli altri due. Questi ultimi due, attraverso i loro difensori, gli avvocati Daniele Re e Agnesa Neculai, hanno chiesto il giudizio abbreviato. Niente dibattimento, quindi, ma un processo "allo stato degli atti", sulla base delle prove fin qui acquisite.

L'eventuale condanna sarebbe ridotta di un terzo. Militello e Vecchio, invece, attraverso gli avvocati Giuseppe Pedalino e Rosa Panarisi, vogliono accedere all'istituto della cosiddetta "messa alla prova": in sostanza chiedono che il processo venga sospeso per svolgere un periodo di lavoro di pubblica utilità al termine del quale, se superato, otterranno l'estinzione del reato. 

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