Tragedia delle Maccalube, il giudice: "Non ci fu vigilanza e quella riserva andava chiusa"

Nel settembre del 2014 a perdere la vita furono i piccoli fratelli Mulone, sotto accusa la mancanza di una recinzione

L'ingresso della riserva

“Non ci fu vigilanza, quella riserva andava chiusa”. E’ questa una delle motivazioni della sentenza per la morte dei fratelli Mulone ad Aragona. Sotto accusa la mancanza di una recinzione idonea. Le motivazioni del giudice Giancarlo Caruso del tribunale di Agrigento sono scritte dentro ad una sentenza a chiare lettere. Il fatto risale al settembre del 2014, quando i due fratellini Carmelo e Laura Mulone furono inghiottiti dal fango della riserva delle Maccalube. I piccoli furono travolti dall’esplosione di un vulcanello della riserva aragonese. Con loro anche il padre, ma l’uomo riuscì a salvarli.

Strage delle Maccalube, due condanne

"Era urgente e necessario un accertamento in merito alle condizioni di sicurezza per la fruizione dell’area che giustificava un blocco sine die delle visite finché non fossero stati elaborati livelli di esposizione al rischio compatibili con l’esigenza di salvaguardare vite umane".

Questo uno dei passaggi della sentenza. Nel gennaio scorso il giudice condanno in primo grado Domenico Fontana e Daniele Gucciardo, rispettivamente presidente di Legambiente Sicilia e operatore della Riserva. Fu assolto invece Francesco Gendusa, funzionario della Regione.

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"L’affermazione – si legge nella sentenza -  ripetuta alla stregua di un mantra consolatorio e sbandierata come un’improbabile difesa alle accuse contestate, secondo cui ciò che era accaduto il 27 settembre 2014 era assolutamente imprevedibile perché alle Macalube nessuno si era mai fatto del male, appare la palese estrinsecazione della superficialità con cui il tema della sicurezza delle persone era stato declinato nella concreta gestione da parte del personale della Riserva. Ripararsi sotto l’ombra della benevole sorte che aveva preservato l’indiscriminata comunità dei fruitori (fra cui, negli anni, decine di scolaresche), lungi dal rispondere alla possibile logica del caso fortuito in chiave di esclusione della responsabilità, costituisce un segnale chiaro ed inequivocabile dell’omissione di qualsivoglia forma di attenzione e tutela per l’incolumità delle persone che avevano frequentato quel sito".

Il giudice nelle motivazioni ricorda come quello che è successo ai fratellini di Aragona, poteva succedere a chiunque. “Con un sentimento di orgoglio che suona quasi grottesco alla luce di quanto accertato in dibattimento. Ad essere completamente inadeguato non era solo il sistema di asserita salvaguardia dell’ambiente naturale ma anche e soprattutto quello a garanzia dell’incolumità dei fruitori. L’esistenza di una barriera, ancorché precaria – sottolinea il giudice Caruso -  in grado di frapporre una distanza minima dalla sede dell’esplosione, avrebbe potuto esercitare un’incidenza rilevante, quantomeno in termini di mitigazione del rischio, sugli eventi verificatisi il 27 settembre 2014. In altre parole, l’ipotesi che, al momento dell’esplosione violenta, il Mulone, insieme ai suoi bambini, fosse posizionato ad una distanza di almeno dieci metri dai vulcanelli, non poteva che ridurre la portata del pericolo dagli stessi subito nelle fasi concitate e drammatiche che seguivano il ribaltamento, e così aumentare le possibilità per gli stessi di mettersi in fuga".

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