"Connubio tra mafia e imprenditoria", ecco cosa raccontavano i pizzini di Gerlandino

L'indagine che ha portato all'arresto della sorella del boss è partita proprio il giorno in cui è finita la sua latitanza. I carabinieri hanno studiato i pizzini e scoperto rapporti con imprenditori

Una foto scattata durante il blitz per la cattura del boss

L'indagine che ha portato all'arresto della sorella di Gerlandino Messina, Anna, e all'emissione di una nuova ordinanza di custodia cautelare per l'ex boss di Cosa nostra, è partita proprio il giorno dell'arresto dell'ex latitante

Tra il materiale sequestrato dai carabinieri nel covo di Gerlandino Messina, catturato in una casa di via Stati Uniti - a Favara - nell'ottobre del 2010, c'erano infatti fogli di carta riportanti le contabilità di alcune aziende, segnalazioni per crediti non riscossi, segnalazioni  del latitante per far assumere persone vicine alle famiglie mafiose dell'Agrigentino o situazioni particolari da risolvere (dissidi) o sfruttare (difficoltà economiche-mancanza lavoro). Dal contenuto della documentazione sequestrata emergeva - già dalla prima lettura - il ruolo di Gerlandino Messina, quale capo indiscusso di Cosa nostra nella provincia, che, in forza del ruolo rivestito, dispensava favori "per l’assunzione" e  dettava ordini alle imprese che dovevano pagare il "pizzo".

La successiva complessa e lunga attività di indagine che ne è scaturita, attraverso numerosi riscontri effettuati sul contenuto dei "pizzini", ha consentito agli inquirenti di portare alla luce il ricambio generazionale del vertice della famiglia mafiosa di Cosa nostra a Porto Empedocle, imposto dall'azione dell'autorità giudiziaria e delle forze dell’ordine alla fine degli anni novanta, nonché di ricostruire in massima parte le dinamiche interne ad alcune delle famiglie più importanti ed attive di Cosa nostra.

L'attività di studio e di interpretazione dei "pizzini" rivenuti dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Agrigento ha portato alla luce il connubio esistente tra criminalità organizzata ed imprenditoria, che nel corso degli anni si è sviluppato senza ostacoli anche grazie alla bassa percezione di legalità e scarso senso dello Stato che si registrano in ampi settori della società. I documenti sequestrati  hanno rivelato come il fenomeno mafioso sviluppatosi all'interno di questo territorio presenta una sorprendente capacità di adattarsi ai mutamenti del contesto in cui si trova ad operare, essendo investito da un continuo processo di rinnovamento, e quindi capace di evolversi e svilupparsi (insediandosi sia tra le aree del degrado sociale, dove ha bisogno di produrre consenso e rigenerare proselitismo), reagendo così alle azioni di contrasto poste in essere dallo Stato nel corso degli anni e sfruttando economicamente diversi settori dell'imprenditoria locale.

L’esame della corposa documentazione acquisita dai militari dell'Arma ha permesso di accertare che Gerlandino Messina ha continuato ad esercitare, nel corso della sua latitanza, la sua influenza di capo mafia sul territorio empedoclino e successivamente, dopo l'arresto di Giuseppe Falsone, sull'intera provincia di Agrigento. 

Anna MessinaI "PIZZINI" DI ANNA. Alla sorella del latitante, Anna, è stato contestato di aver scritto alcuni "pizzini" indirizzati al fratello. Gli inquirenti sono arrivati a questa conclusione grazie alla comparazione calligrafica con manoscritti riconducibili alla donna acquisiti in altre occasioni. In particolare nei "pizzini" attribuiti alla 36enne si segnalavano al latitante alcuni soggetti in corso di identificazione, indicati solo con un codice numerico, che erano in attesa di ricevere ordini. Gli elementi probatori raccolti sono stati ulteriormente confermati dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Maurizio Di Gati, Luigi Putrone, Giuseppe Sardino, Alfonso Falzone e Calogero Rizzuto, i quali hanno riferito sul ruolo di Gerlandino all'interno di Cosa nostra, evidenziando il ruolo di vertice raggiunto dallo stesso durante i suoi 11 anni di latitanza.

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