Operazione "Assedio", i giudici: "Affiliati, cittadini e politici: erano tutti in fila dal boss"

Il tribunale del riesame deposita le motivazioni dell'ordinanza che ha confermato l'arresto di Angelo Occhipinti

Angelo Occhipinti

Arrestato per mafia la prima volta, finisce nuovamente in carcere la seconda volta per estorsione. La sua “terza vita” - dopo che nel frattempo aveva rimediato sorveglianza speciale e libertà vigilata - riprende da dove era iniziata. “Angelo Occhipinti – scrivono i giudici del tribunale del riesame di Palermo – nel mese di ottobre del 2017, subito dopo la scarcerazione, come emerge dai servizi di videoripresa e dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, ben lungi dal rescindere i profondi legami con l’associazione criminale, giovando della vicinanza al vecchio gruppo dirigente degli Alabiso, con una progressiva ascesa nelle gerarchie dell’associazione, è tornato ad essere pienamente operativo nel territorio di sua competenza ed è stato riconosciuto dagli altri sodali come l’esponente di vertice dell’articolazione mafiosa di Licata”.

Il tribunale della libertà ha depositato le motivazioni dei provvedimenti con cui, nella quasi totalità, conferma l’impostazione accusatoria della maxi operazione antimafia “Assedio” che individua proprio nel sessantacinquenne Angelo Occhipinti, mafioso di lunga data, il personaggio principale che avrebbe gestito la locale consorteria. Col deposito delle motivazioni, che hanno confermato l’ordinanza in carcere, i difensori di Occhipinti, gli avvocati Giovanni Castronovo e Angela Porcello, potranno rivolgersi alla Cassazione per chiedere di annullare il provvedimento. 

“Occhipinti – scrivono ancora i giudici del riesame – adibì un magazzino di Licata, sito in via Palma, dove peraltro aveva trasferito la sua dimora, a base operativa della famiglia mafiosa”. Secondo i giudici, davanti al quartier generale del boss erano tutti in fila. Non solo affiliati, ma persino uomini politici. “Occhipinti riceveva affiliati, comuni cittadini e politici locali che lo interpellavano per le più disparate ragioni, tutte accomunate dal pacifico riconoscimento di un’autorità mafiosa, tale da attribuirgli una vera e propria investitura nel dirimere questioni e soddisfare esigenze di varia natura (dal recupero di un ciclomotore rubato, alle motivazioni delle possibili ragioni dell’invio a un commerciante di una lettera contenente pallottole, dal procacciamento di voti per le elezioni del consiglio comunale, al reperimento di un posto di lavoro)”.
 

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