La maxi inchiesta "Kerkent", la strana figura di Antonino Mangione: da arrestato per mafia a dichiarante?

Il trentasettenne, entrato in contrasto con il boss Massimino per un debito di droga, ricostruisce nomi, cognomi, ruoli e retroscena del nuovo clan di Agrigento: il suo atto di accusa nell'ordinanza

Antonino Mangione

Arrestato più volte per mafia e droga e finora sempre assolto. Dopo avere denunciato un’aggressione di cui era stato vittima, decise di andare molto oltre.

E riempire pagine di verbali in cui accusa il boss Antonio Massimino, il suo braccio destro Liborio Militello (che avrebbe voluto ucciderlo) e gli altri presunti componenti del clan. Antonino Mangione, 38 anni, di Raffadali, di recente assolto nell’operazione “Proelio”, che ipotizzava un traffico di droga e abigeato sotto l’egida della mafia, e prima ancora scagionato nell’operazione “Nuova Cupola”, passando per arresti per droga e vicende di vario spessore, chiede di essere sentito e mette a verbale tante rivelazioni che hanno contribuito a fare scattare l’operazione. 

Mafia e droga, scatta l'operazione "Kerkent": trentadue arresti

“Io ho conosciuto – dice lo scorso 30 maggio, dopo avere chiesto lui stesso di essere interrogato – Antonio Massimino quando era stato scarcerato una estate di due anni fa. Tano Pace di Palma di Mantechiaro che vendeva droga mi ha ceduto della droga da smerciare e con questi ho contratto un debito di 10 mila euro. Quando Massimino è stato scarcerato ha imposto a Pace di lasciare a lui il territorio dl Agrigento ma questi però ha voluto il pagamento di 10 mila euro per lo stupefacente che aveva dato a me. Massimino, allora, ha pagato il mio debito a Pace costringendolo a non smerciare lo stupefacente ad Agrigento”. 

Fra gli arrestati anche il capo ultrà della Juve

Mangione si mette nei guai contraendo il debito. “Massimino, pur non conoscendomi personalmente, ha preso l’iniziativa di pagarmi il debito contratto con Pace. Poi mi ha mandato a chiamare tramite Eugenio Gibilaro di Agrigento. Io andai all’autolavaggio al Villaggio Mosè e incontrai Massimino che mi chiese subito la restituzione dei 10 mila euro”. Mangione prova a svincolarsi ma, per lui, inizieranno guai peggiori. Lo racconta lui stesso agli inquirenti. “Gli chiesi il perché e lui mi disse che lo aveva fatto perché non poteva permettere a quelli di Palma di Montechiaro di smerciare droga ad Agrigento. Per ripagare il debito ho chiesto a Massimino altri 10 mila euro di cocaina da smerciare. Io mi sono messo a smerciare ma non riuscivo a pagare il debito che nel frattempo era arrivato a 40 mila euro”. 

Mangione non si tirerà mai più fuori da questo pasticcio e subirà pesanti minacce di morte da parte di Massimino e dei suoi uomini.

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