Mafia e droga, maresciallo rivela: "Il boss voleva uccidere pusher per dare un esempio"

Il luogotenente dei carabinieri Giovanni Preite spiega: "Giuseppe Quaranta pensava di eliminare davanti a tutti il ventiseienne Calogero Principato che non restituiva i soldi dello stupefacente"

Giuseppe Quaranta

Doveva essere un omicidio alla "Gomorra", con il boss che uccide davanti a tutti il pusher pigro che non paga i debiti. In realtà, alla fine, ci fu un chiarimento e tutto si concluse per il meglio. Da una parte Giuseppe Quaranta, all'epoca, nel febbraio del 2014, capo mafia di Favara e principale organizzatore - sostiene l'accusa - nel narcotraffico che serviva a finanziare le famiglie mafiose, dall'altro il ventiseienne Calogero Principato, incaricato di vendere la droga per strada e poi restituire i soldi incassati. Quest'ultimo, però, per pigrizia o forse per incapacità, non riusciva a saldare il debito tanto da mettersi in serio pericolo.

Il traffico di droga organizzato via sms

A rivelarlo, questa mattina, è stato il luogotenente del reparto operativo dei carabinieri Giovanni Preite che ha deposto, per la quarta udienza consecutiva, al processo scaturito dalla maxi inchiesta “Montagna” che il 22 gennaio dell’anno scorso avrebbe disarticolato le nuove famiglie mafiose della provincia di Agrigento facendo luce pure su un accordo elettorale fra l’allora sindaco di San Biagio Platani, Santo Sabella, e gli esponenti mafiosi del paese il cui Comune, in seguito all’accesso ispettivo successivo all’indagine, fu sciolto dal consiglio dei ministri per infiltrazioni della criminalità organizzata. 
Il sottufficiale, davanti al collegio presieduto da Alfonso Malato, con a latere i giudici Alessandro Quattrocchi e Giuseppa Zampino, ha ricostruito le dinamiche del traffico di droga che sarebbe stato gestito dal clan. 

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Principato è in difficoltà, non trova clienti a cui smerciare la droga e non riesce a saldare. "Sapeva che questo suo atteggiamento lo avrebbe messo a rischio, per un periodo non usciva da casa perchè temeva ritorsioni. Per giustificare il suo comportamento si inventò che le forze dell'ordine avevano trovato un nascondiglio e sequestrato della droga". 

Il carabiniere ha aggiunto: "Quaranta pensava di ucciderlo davanti agli altri pusher per dare un esempio. In realtà ci fu un incontro chiarificatore nel quale il capomafia gli fece una ramanzina e gli disse che se non saldava il debito, avrebbe inceppato l'intero meccanismo". 

L'audizione di uno dei principali investigatori continua il 13 giugno. Toccherà ai difensori, che oggi hanno iniziato, porre le domande al teste. Il collegio è composto dagli avvocati Salvatore Maurizio Buggea, Carmelita Danile, Daniela Posante, Giuseppe Barba, Antonino Mormino, Antonino Gaziano, Angela Porcello. 

Insieme a Santo Sabella sono stati rinviati a giudizio altri cinque imputati. Sono: Domenico Lombardo, 25 anni, di Favara, Salvatore Montalbano, 25 anni, di Favara, Calogero Principato, 26 anni, di Agrigento, Giuseppe Scavetto, 49 anni, di Casteltermini e Antonio Scorsone, 53 anni di Favara. 

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