L'inchiesta sull'arsenale occultato, anche il boss Massimino fa scena muta

Dieci giorni prima il nipote si era avvalso della facoltà di non rispondere, le armi erano "pronte a sparare"

Antonio Massimino, nel riquadro le armi

Il capomafia fa scena muta e non risponde al pm. Dopo gli accertamenti sulle armi sequestrate al boss Antonio Massimino e al nipote Gerlando, risultate “perfettamente funzionanti e in grado di essere usate in qualsiasi momento”, la Procura ha provato a fare un ulteriore passo avanti prima di fare approdare l’inchiesta in aula per il processo.

Lo scorso 2 luglio il più giovane degli indagati, detenuto nel carcere di contrada Petrusa, convocato dal pm Gloria Andreoli, si era avvalso della facoltà di non rispondere. Ieri, nel carcere di Terni, assistito dall’avvocato Alfonso Neri, suo difensore insieme al collega Salvatore Pennica, è toccato ad Antonio Massimino presentarsi nella sala interrogatori ma la strategia difensiva è stata identica.

Nelle scorse settimane, invece, sono stati eseguiti degli accertamenti, disposti dal pm che ha fatto eseguire una consulenza tecnica “per il prelievo di eventuale Dna presente sulle armi e sulle munizioni sequestrate, l’evidenziazione di eventuali impronte papillari e lo svolgimento di accertamenti balistici”. Con gli interrogatori la Procura ha tentato di fare un passo in avanti nell’inchiesta che, invece, non c’è stato. 

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